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Catania

I ritardi della Regione, le piogge torrenziali e poi il ciclone Harry: così l'impianto per i «terreni contaminati» slitta ancora

A Grotte San Giorgio la società Eta Owac vuole costruire, dal lontano 2012, una struttura che aiuti le bonifiche del territorio. Ma il progetto, che ha ormai un'età, non ha ancora visto la luce

02 Giugno 2026, 07:00

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I ritardi della Regione, le piogge torrenziali e poi il ciclone Harry: così l'impianto per i «terreni contaminati» slitta ancora

Tutta colpa del ciclone Harry. Che oltre ad avere fatto enormi danni sui litorali di tre quarti della Sicilia orientale, ha pure vanificato gli sforzi di un'azienda privata impegnata sul fronte della gestione dei rifiuti. Che così, adesso, si trova a chiedere una proroga di efficacia della Valutazione d'impatto ambientale (la Via) ottenuta per la prima volta nel 2015. E cioè undici anni fa. La società in questione è la Eta Owac srl, che da anni deve ultimare un impianto per il «trattamento dei terreni contaminati» in contrada Grotte San Giorgio, a Catania, ma che, suo malgrado, il 20 e 21 gennaio 2026 si è scontrata con il maltempo eccezionale. Cosa che era accaduta anche un anno prima, il 17 gennaio 2025, quando anche quelle piogge straordinarie avevano reso all'azienda la vita impossibile. 

Eta Owac nasce dal fortunato matrimonio delle società Eta service e Owac srl che, ancora separate, presentano la prima richiesta di Autorizzazione integrata ambientale per l'impianto nel 2012. Si tratta di un'area di 40mila metri quadrati sullo stradale Primosole: l'impianto, diviso in due sezioni, avrà una capacità di trattamento di 150mila tonnellate l'anno di terre contaminate. Gli imprenditori che sono dietro al progetto, del resto, possono vantare una certa expertise sul tema dei rifiuti: Eta Owac è di proprietà, metà e metà, di due società per azioni, Hub Services e Caruso spa, cioè la holding dei fratelli Gaetano ed Emanuele Caruso, che da Paternò conquistano un pezzo dopo l'altro il settore dell'immondizia in Sicilia orientale.



Secondo la documentazione depositata, l’impianto di Grotte San Giorgio dovrebbe servire a bonificare terreni altamente contaminati da composti organici (come gli idrocarburi) e inorganici (per esempio, i metalli pesanti).  La struttura sarebbe capace di «convertire un rifiuto pericoloso in non pericoloso, incentivando così le operazioni di bonifica, spesso troppo costose e ambientalmente onerose». Il processo funziona usando reagenti chimici, cemento e acqua, in grado di bloccare «i contaminanti anche più pericolosi e difficili da trattare», come il «cromo, l'ammoniaca, l'arsenico e il mercurio». Almeno così dice il sito della società di progettazione, la Owac Engineering Company di Palermo, che se ne occupa nel 2013.

Nel 2015 arriva la Valutazione d'impatto ambientale positiva, nel 2016 la Regione Siciliana concede all'impianto l'Autorizzazione integrata ambientale (Aia). Secondo i documenti ufficiali «"l'opera in progetto dovrà essere realizzata entro cinque anni dalla
pubblicazione del presente decreto" e pertanto il termine ultimo ad oggi previsto per la realizzazione è il 29/07/2020». Ma i problemi cominciano subito. A gennaio 2020 l'allora amministratore unico di Eta Owac, il palermitano Rocco Martello, comunica alla Regione che loro a finire i lavori non fanno in tempo. Le attività sono cominciate, sì, ma «il progetto è caratterizzato da una notevole complessità impiantistica ed è stato necessario un ulteriore approfondimento per l'individuazione delle aziende internazionali fornitrici delle principali sezioni impiantistiche».





Inoltre, dice sempre Martello, «i potenziali clienti (tra i quali società operanti nel settore petrolchimico con sede nelle aree industriali di Priolo e Augusta) hanno manifestato l'interesse per il trattamento di materiali molto eterogenei, che hanno richiesto lo studio e l'identificazione nel dettaglio di apposite configurazioni impiantistiche che consentano flessibilità rispetto a tipologie e concentrazioni di inquinanti differenti».

Insomma, si legge in un documento di gennaio 2020, servono due anni in più. Il cronoprogramma però è serrato: completamento delle opere civili entro la seconda metà del 2020, collaudo funzionale delle sezioni entro la fine del 2021, entrata in esercizio dell'impianto, «a pieno regime», entro la prima metà del 2022. Le cose, però, non vanno mai come uno le immagina. L'istanza di verifica di ottemperanza alle prescrizioni ambientali, relative al progetto, viene inviata nel 2022 e la Regione risponde un anno dopo, a maggio 2023. Da quel momento in poi, i documenti amministrativi sono un'istanza di proroga - concessa - dopo l'altra.

Prima c'è la brutta faccenda della pandemia da Covid-19, perciò arriva la prima proroga, fino al 29 luglio 2023. Poi arriva la seconda proroga, fino al 29 agosto 2025, perché la Regione ci aveva messo tanto a verificare l'ottemperanza delle condizioni. Ad aprile 2025, Eta Owac chiede di nuovo di posticipare i termini. Stavolta perché il nulla osta idraulico, necessario per completare le opere civili, da parte dell'Autorità di bacino, arriva solo all'inizio del 2025. E poi perché «l’intensa stagione piovosa appena trascorsa, ha rallentato in maniera imprevista il cronoprogramma inerente la realizzazione della piattaforma». Altri dodici mesi, dice la ditta un anno fa, e poi l'impianto sarà in esercizio.

Il 22 aprile 2026 l'ennesima richiesta. «L’evento di natura straordinaria del 20/21 gennaio 2026 (cosiddetto ciclone Harry) ha di fatto vanificato i lavori, già in fase di ultimazione», della costruzione di una condotta a valle della vasca di laminazione. In pratica, le «piogge torrenziali hanno determinato degli smottamenti del tracciato già realizzato». E pure sul piazzale ci sono dei «micro-cedimenti» che rendono impossibile procedere con la pavimentazione, quantomeno nel breve periodo. Quindi, insomma, servono altri otto mesi rispetto alla scadenza di agosto 2026. Che, così, porta dritta dritta ai primi mesi del 2027. La Regione, adesso che la richiesta è fatta, deve valutare il da farsi. L'incartamento è stato spedito alla Cts, la Commissione tecnico-specialistica. Poi sarà il dipartimento a decidere. Finora la risposta è stata sempre sì.