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il caso

Il "ricatto" di Siciliacque che taglia l'acqua ad Agrigento: quando la burocrazia asseta come la siccità

Non è il clima a prosciugare l'Agrigentino, ma un insensato conflitto consumato nei conti, nelle diffide e nelle note ufficiali. La Regione Siciliana annuncia la fine della severità idrica, eppure una contabilità spietata tra enti condanna 42 Comuni alla sete proprio alla vigilia dell'estate

28 Maggio 2026, 17:56

18:00

Il "ricatto" di Siciliacque che taglia l'acqua ad Agrigento: quando la burocrazia asseta come la siccità

La natura, per una volta, aveva fatto la propria parte. Gli invasi siciliani sono tornati a livelli soddisfacenti, le temperature già preannunciano l’estate; eppure la provincia di Agrigento si ritrova nuovamente in assetto d’emergenza, travolta da una crisi idrica senza fine. Stavolta, però, il fattore scatenante non è la siccità, bensì un duro braccio di ferro contabile che si consuma sulla pelle dei cittadini. È l’apice del paradosso isolano: l’acqua c’è, ma resta intrappolata fra bilanci, diffide e una burocrazia che ha smarrito il senso di un diritto primario.

Il “ricatto” a norma di legge: acqua solo a chi paga

La scintilla è scoccata il 28 maggio 2026. Siciliacque, gestore all’ingrosso dell’approvvigionamento idrico nell’Isola – partecipato al 75% da Nepta (gruppo Italgas) e al 25% dalla Regione Siciliana – ha annunciato una drastica riduzione dei volumi destinati ad AICA, l’azienda pubblica che gestisce il servizio idrico nell’Agrigentino. La scelta è improntata a una logica rigidamente commerciale: Siciliacque erogherà soltanto la quantità corrispondente agli 800 mila euro mensili che AICA è attualmente in grado di versare. Un taglio calibrato non sul fabbisogno di un territorio assetato, ma sulle entrate di cassa. Alla base, un’esposizione debitoria che Siciliacque quantifica in 25 milioni di euro di sorte capitale, cui si sommano 4 milioni tra interessi e mora. La morositá risalirebbe all’agosto 2023 e, secondo il fornitore, l’ultimo pagamento della parte corrente – peraltro in acconto – risale all’ottobre 2025.

Cortocircuito istituzionale e “toppa” regionale

Questa ricostruzione è contestata con forza da AICA. Gli 800 mila euro mensili, sostiene AICA, non sarebbero il risultato di un taglio unilaterale, ma l’esito di un’intesa formale mediata dall’assessore regionale Francesco Colianni. Qui emerge la contraddizione politica: il 24 febbraio scorso la Regione ha deliberato un prestito da 20 milioni di euro per sostenere AICA, anticipandone già 10 milioni, destinati proprio a rimpinguare i conti di Siciliacque. Malgrado l’iniezione di fondi pubblici, il gestore all’ingrosso non arretra: esige pagamenti correnti regolari e, di fatto, continua a comprimere l’erogazione, con il territorio che ne paga il prezzo.

Dissalatori e reti “colabrodo”: il grande inganno

A rendere ancor più irritante questa “sete di Stato” è il racconto trionfalistico proveniente da Palazzo d’Orléans. Solo il 14 maggio la Regione ha dichiarato che le risorse idriche dell’Isola erano “più che sufficienti” e che la fase di severità idrica era superata. Sono stati sbandierati i 110 milioni di euro90 dal Fondo di sviluppo e coesione e 20 dal bilancio regionale – investiti nei tre dissalatori di Trapani, Porto Empedocle e Gela. L’impianto di Porto Empedocle, operativo dall’agosto 2025, produce tra 50 e 100 litri al secondo destinati proprio ad Agrigento. Eppure, questo apparato straordinario si dissolve lungo la filiera. Non soltanto per la controversia finanziaria, ma per una criticità infrastrutturale cronica: in Sicilia le perdite di rete oscillano ancora fra il 45% e oltre il 55%. Anche i 30 milioni stanziati nell’aprile 2025 per rimettere mano alla rete di Agrigento non sono stati sufficienti a trasformare gli investimenti in acqua effettiva nei rubinetti.

L’allarme del Libero Consorzio e la “guerra delle autobotti”

Dinanzi a una gestione percepita come irrazionale, il Libero Consorzio Comunale di Agrigento ha lanciato un appello, avvertendo che la contrazione delle forniture avrà effetti “devastanti” sui 42 Comuni della provincia. Con l’estate alle porte – periodo di massima pressione idrica – il rischio è quello del collasso per turismo, strutture ricettive, ristorazione e famiglie. La disperazione ha riattivato un circuito parallelo e opaco: la “guerra delle autobotti”. Un comparto sostitutivo cresciuto in modo così disordinato che il 9 maggio le autorità (AICA e ATI AG9) hanno varato nuove regole stringenti, prevedendo una transizione di 60 giorni per regolarizzare le utenze. Per fronteggiare l’emergenza, l’ente pubblico ha persino attivato sistemi automatizzati e acquistato 14 nuove autocisterne.

Canicattì: l’emergenza diventa ordine pubblico

Senza un sostegno regionale capace di trasformare l’assistenzialismo in soluzioni strutturali, i sindaci combattono in prima linea. A Canicattì la crisi è quotidiana: l’11 maggio scorso il sindaco Vincenzo Corbo ha firmato un’ordinanza, attivando il Centro Operativo Comunale (C.O.C.) della Protezione civile e vietando qualsiasi impiego dell’acqua che non sia strettamente domestico o igienico. Nel comune l’acqua è diventata ufficialmente una questione di ordine pubblico e di protezione civile. Corbo è durissimo e definisce l’ulteriore taglio imposto da Siciliacque “il colpo di grazia” per una comunità stremata da turnazioni estenuanti, chiedendo un tavolo urgente perché i diritti primari di famiglie e agricoltori non possono essere subordinati “ai fogli Excel” con cui AICA indica i turni di distribuzione nei quartieri.

Sciacca: la rivolta contro l’acqua usata come leva finanziaria

Se a Canicattì si combatte per la sopravvivenza, sulla costa si apre un fronte politico. A Sciacca il sindaco Fabio Termine rompe gli indugi, accusando apertamente Siciliacque di “prepotenza” e “ricatti”. Termine denuncia l’aberrazione di utilizzare la sete come leva contrattuale per esigere crediti in un contenzioso tra enti pubblici. Il primo cittadino richiama le storiche battaglie referendarie per l’acqua pubblica e cita lo statuto di AICA, che definisce senza ambiguità l’acqua “bene comune”, non merce soggetta a logiche di profitto. Per arginare quella che definisce una deriva affaristica, ha chiesto la convocazione immediata dell’assemblea dei sindaci dell’ATI e della deputazione regionale, con l’obiettivo di erigere un fronte istituzionale compatto.

Una crisi non più climatica, ma di sistema

Ma stavolta non è un’emergenza meteorologica: l’Agrigentino è ostaggio di un meccanismo distorto in cui l’acqua, anche quando abbonda negli invasi, si inaridisce tra aule giudiziarie e uffici contabili. È il segno di un fallimento istituzionale che tenta di placare i problemi con bonifici milionari senza curarne le cause e, come ha spiegato più volte l'ing. Giuseppe Riccobene, utilizzando una metafora riuscitissima, affidando la gestione della crisi a chi di fatto l'ha provocata. Mentre diffide e rimpalli si accumulano, ai cittadini non resta che osservare il rubinetto asciutto e prepararsi all’ennesima estate in fila per un’autobotte.