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Le carte del blitz

L'ultimo romanzo criminale di Messina Denaro: così ha costruito il sultanato oltreoceano

La filiera criminale del boss è stata ricostruita incrociando le nuove rivelazioni dei collaboratori con alcune vecchie intercettazioni

29 Maggio 2026, 06:30

L'ultimo romanzo criminale di Messina Denaro: così ha costruito il sultanato oltreoceano

Matteo Messina Denaro segue le rotte della droga. E proprio lui che sembrava vincolato al vecchio codice d’onore di Cosa Nostra di condanna della droga, avrebbe costruito le fondamenta del sultanato internazionale proprio con i soldi sporchi del narcotraffico. La Dda di Palermo, diretta dal procuratore De Lucia, è riuscita a incrociare le dichiarazioni di due nuovi collaboratori di giustizia con vecchie intercettazioni.

Nel 2026 si pente Vincenzo Spezia, uomo di vertice della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara. Ed è lui a spiegare il patto illecito che Giacomo Tamburello aveva siglato con il defunto Matteo Messina Denaro diventandone socio occulto per il narcotraffico. L’accordo criminale prevedeva che il latitante ricevesse il 10% degli introiti illeciti del traffico di tonnellate di hashish dal Marocco in Europa. «Hanno fatto i miliardi», dice Sciacca ai pm. E quando si «cominciarono a muovere i soldi si ’immisca u siccu, Matteo». Chiaro per la procura il riferimento a Messina Denaro. «Era da socio da tutte le parti». Da chi lo avrebbe saputo? Dalla stessa bocca del padrino di Castelvetrano durante un incontro a Sciacca, in provincia di Agrigento. «Eravamo a Sciacca; parlando così, ci dissi; “lo vengo dalla Spagna, ivu nì cazzitieddì” (soprannome di Tamburello, ndr) “Ah, che mi dici? Chisti ccà mi dietteru u 10% degli introiti”». Poi il pentito lo spiega meglio: «Il 10%, sì, sul guadagno che aveva con l’hashish». Ma in realtà Matteo Messina Denaro era «in mezzo un po’ a tutto». Cantine, oleifici, in tutto. «Lui voleva la percentuale». Che variava dal 10 al 3%. Dipendeva dall’affare. Un altro collaboratore, Giuseppe Bruno - figlio del costruttore Francesco, da sempre contiguo con la mafia di Bagheria - ha spiegato che Matteo Messina Denaro era «entrato in affari con i calabresi per importare droga dal Sudamerica». Lo stragista di Cosa Nostra avrebbe intessuto contatti con le ’ndrine anche seguendo il “compasso” della massoneria.

Gli investigatori rileggendo le intercettazioni di Giacomo Tamburello del 2016 trovano le connessioni e i riscontri alle rivelazioni dei nuovi pentiti. Tamburello avrebbe «gestito senza limiti i profitti illeciti derivanti dall’attività dì narcotraffico». E avrebbe avuto l’autorizzazione «a intraprendere e instaurare accordi di acquisto e vendita di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti proprio dal capo indiscusso di Cosa nostra». Per la gip che ha disposto il sequestro da 200 milioni è illuminante la conversazione dell’8 giugno 2016 di Tamburello con un socio nel corso della quale spiegava che i soldi da consegnare dovevano andare a una persona che si doveva sottoporre a un’operazione chirurgica: «Il tempo che si fa il coso». Come documentato dal Ros, Matteo Messina Denaro usando l’alias di Andrea Bonafede in quel periodo si è sottoposto a un’ernia inguinale.

«La conseguenza operativa» di questo patto ha «scatenato l’accumulazione senza limiti di un patrimonio di natura illecita pressoché sconfinato». Il sultanato, ora sgretolato, di Matteo Messina Denaro.