GIORNALISMO IN LUTTO
Addio ad Alberto Cicero, caporedattore de La Sicilia e storico leader dell'Assostampa siciliana
Aveva 65 anni. Per decenni ha guidato la redazione Province del nostro giornale e difeso i diritti dei giornalisti
Ci sono notizie che un giornalista non vorrebbe mai scrivere, tanto meno per un amico. Righe che pesano come piombo sui tasti di una tastiera. Oggi quella riga porta il nome di Alberto Cicero. Oggi pomeriggio, a 65 anni, il suo cuore ha smesso di battere. Tra il conforto dei suoi cari (la moglie Rosaria e i figli Andrea e Maria Paola) e dei suoi amici più stretti che gli sono stati vicini fino all’ultimo. Scriverne al passato sembra un controsenso per chi, con lui, ha vissuto il presente con la foga e la lucidità di chi non ha mai smesso di cercare la verità dietro la superficie dei fatti. L'ultima verità era un male incurabile che ha affrontato con la stessa determinazione con la quale combatteva ogni sua battaglia, sindacale o giornalistica. Per noi (per me), pur essendo da qualche anno in pensione, era sempre il "capo", colui a cui chiedere un consiglio, una "dritta", un aiuto.
Il giornalismo siciliano perde una delle sue firme più autorevoli, ma soprattutto uno dei suoi più generosi difensori. Nato e cresciuto professionalmente a "La Sicilia", Alberto ha incarnato per generazioni di lettori e colleghi l'essenza stessa del giornalismo di territorio: rigoroso, documentato, mai incline al sensazionalismo. Al giornale ha ricoperto ruoli di primo piano, guidando con polso fermo e lungimiranza settori nevralgici come la redazione Province, prima da caposervizio e poi da caporedattore, diventando un mentore per decine di giovani cronisti.
Ma la figura di Alberto Cicero resterà indissolubilmente legata alle sue battaglie sindacali. Storico segretario provinciale e poi regionale dell'Assostampa, Alberto ha vissuto la professione non solo come racconto dei fatti, ma come una missione. In anni complessi di crisi editoriali, tagli e precariato, ha difeso con le unghie e con i denti la dignità del lavoro giornalistico, l'autonomia dei comitati di redazione e il diritto dei collaboratori a una retribuzione equa.
Alberto non è stato solo un giornalista o un leader sindacale; è stato un porto sicuro. Un maestro che non saliva in cattedra, ma che insegnava stando in trincea. Nelle sue battaglie con l'Assostampa, non difendeva un privilegio, ma la dignità degli ultimi, dei precari, dei collaboratori di provincia che consumano le suole delle scarpe per pochi spiccioli. Ci credeva davvero. Per lui il giornalismo non era un mestiere, ma un patto d'onore con il lettore e un servizio civile per la sua terra. Tra le sue passioni il tennis, i motori, la cucina. L'ultimo suo impegno l'idea del libro “Il sole da mangiare” sulla storia dell'arancino e le sue tradizioni.
Alberto lascia un vuoto incolmabile, ma anche una certezza: ogni volta che un collaboratore consumerà le suole per verificare una notizia, ogni volta che qualcuno alzerà la testa per difendere la libertà di un collega, in quel gesto ci sarà ancora un pezzetto di lui.