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Caso Aldo Naro, depositate le motivazioni dell'assoluzione per i tre buttafuori: «Quadro confuso, troppi ricordi diluiti dal tempo»

Il caso del neolaureato in medicina ucciso in una discoteca

04 Giugno 2026, 17:56

18:00

Caso Aldo Naro, depositate le motivazioni dell'assoluzione per i tre buttafuori: «Quadro confuso, troppi ricordi diluiti dal tempo»

Un quadro probatorio «non univoco, confuso» e caratterizzato da racconti della tragica serata «per lo più differenti l’uno dall’altro». È questa la motivazione principale con cui i giudici della Corte d’Assise di Palermo hanno argomentato la sentenza con cui, lo scorso novembre, hanno assolto dall'accusa di omicidio preterintenzionale i tre buttafuori Francesco Troia, Gabriele Citarrella e Pietro Covello.

I tre imputati erano rimasti coinvolti nella tragica vicenda legata alla morte di Aldo Naro, il neolaureato in Medicina ucciso la notte del 13 febbraio 2015 all'interno di una discoteca palermitana dopo essere stato colpito con un calcio alla testa mentre si trovava già a terra. Per quel delitto è già stato condannato separatamente in via definitiva Andrea Balsano, il giovane reo confesso che sferrò il colpo mortale, pur avendo sempre negato l'intenzione di uccidere Naro.

Nelle motivazioni della sentenza emessa nei confronti dei tre addetti alla sicurezza, la Corte ha sottolineato come nessuna delle ipotesi investigative sul tavolo fosse suffragata in modo abbastanza robusto «tanto da reggere una pronuncia di condanna oltre ogni ragionevole dubbio». Ad ostacolare il percorso dell'accusa, secondo i magistrati, è stato anche il lunghissimo tempo trascorso dal giorno del delitto a oggi, un fattore che ha molto diluito i ricordi, già assai confusi nell'immediatezza.

I giudici si sono soffermati anche sui numerosi dubbi emersi durante i passaggi processuali, citando i sospetti di un «possibile tacito accordo tra gli stessi amici di Naro per coprire qualcuno dei presenti, o meglio per giustificare il mancato intervento difensivo». Un ipotetico accordo illecito che, nella tesi accusatoria, avrebbe spinto i testimoni a mentire ripetutamente su quanto visto. Tuttavia, conclude la Corte, al netto di tali sospetti, l'istruttoria ha dimostrato che non è possibile ricostruire una unica realtà processuale con assoluta chiarezza.