siracusa
La bimba contesa, accusa di maltrattamenti e divieto di avvicinamento per la coppia collocataria
Interviene la Procura di Siracusa, a seguito di un'indagine per maltrattamenti, a mettere un punto fermo nella storia sulla piccola della Costa d'Avorio ritrovata dalla madre naturale
«Operazioni di intralcio al ricongiungimento tra la minore e la madre naturale, sia attraverso azioni materiali di vero ostruzionismo, sia attraverso forme di “plagio” rivolte alla piccola». E ancora: interruzione progressiva di «ogni forma di socialità della bambina», «insopportabili pressioni psicologiche» e «apparenti forme di manipolazione volte ad indurre la piccola a una lacerante scelta fra i “genitori buoni” e la “madre cattiva”».
È servito, alla fine, l'intervento della procura di Siracusa per permettere il ricongiungimento di Mia, sette anni, con Fatima, sua madre, dopo che nei confronti dei "coniugi collocatari" è stato disposto il divieto di avvicinamento alla bambina con applicazione del braccialetto elettronico. L'accusa nei confronti dei due è di maltrattamenti.
I nomi sono di fantasia. Sono quelli che avevamo usato, ad aprile 2026, per raccontare la lotta di una giovane donna per ritrovare la figlia. Fatima parte dalla Costa d'Avorio per salvare la bambina, all'epoca di un anno, dall'infibulazione, decisa dagli uomini del villaggio. La fuga attraverso mezza Africa, poi la Libia, il barcone. È in mare che madre e figlia si separano: Fatima rimane indietro, la piccola sale su un'imbarcazione insieme a un'altra persona, cui Fatima l'aveva affidata per salvarla da un possibile annegamento. È il 2022. La bambina viene salvata dalla Ocean Viking, sbarca a Pozzallo, è una minore non accompagnata, viene portata in una famiglia a cui viene affidata «allo stato della procedura». Cioè in attesa che si abbiano notizie certe sui genitori.
Un anno dopo Fatima riesce ad arrivare in Italia, sempre attraverso il mare, e inizia a cercare sua figlia. A novembre 2023 è il servizio Restoring family links della Croce Rossa a farle scoprire che, forse, la bambina è a Siracusa. Iniziano le procedure, il test del Dna, la pratica per il ricongiungimento. La tutrice di Mia chiede al tribunale dei Minorenni di Catania se ricongiungersi con la madre biologica sia la cosa giusta. Dopo perizie, esperti e udienze, la decisione del tribunale è puntuale: la mamma può prendersi cura della bambina, i coniugi di Siracusa con i quali ha vissuto devono aiutare la minore a tornare con Fatima. Qui il meccanismo si inceppa. Il 31 marzo 2026 il tribunale deve sollecitare l'esecuzione della sentenza. Già nel provvedimento di allora si parla di una difficoltà della famiglia di Siracusa, ormai diventata semplicemente «collocataria», «a cedere il ruolo di genitori». Si cita una «collaborazione formale ma non sostanziale».
Ogni tentativo di riportare la madre e la bambina insieme, dopo un passaggio da una «famiglia-ponte», non va a frutto. La stampa locale segue la storia, nella maggior parte dei casi sostenendo il diritto di Mia, neanche sette anni, di restare con una famiglia che l'ha cresciuta sapendo, almeno dal 2023, che la madre biologica era sopravvissuta al viaggio e cercava sua figlia. I rifiuti della minore di andare con i Servizi sociali vengono raccontati, ripresi con gli smartphone da piccoli gruppi di persone raccolti attorno ai coniugi siracusani. L'indagine della magistratura ordinaria parte da qui.
«Gli indagati — si legge in una nota diffusa alla stampa dai magistrati aretusei — hanno posto in essere quelle che possono allo stato essere definite vere e proprie tecniche di induzione della minore a rifiutare la madre biologica, volutamente dipinta dagli indagati, in sua presenza, in modo deplorevole e denigratorio». Le «forme di resistenza» messe in atto, dicono i pm, hanno esposto la minore «a forme di spettacolarizzazione potenzialmente idonee a ingenerarle un progressivo accumulo di disagio (come comprovato dagli esperti in neuropsichiatria che l’hanno in carico)».
In un clima di angoscia e dolore, fra le mura di casa, la bambina sarebbe «divenuta oramai bersaglio principale delle tensioni e dei nervosismi vissuti dagli indagati», che in più «si rivolgono alla piccola con toni, gesti, parole, fino ad arrivare a vere e proprie minacce, di sicuro non consoni a un rapporto familiare con una bimba così piccola e certamente suscettibili di cagionare traumi ulteriori e una condizione di soggezione e prostrazione».
I magistrati descrivono una «perenne recita» di cui Mia dovrebbe dimostrare di essere all'altezza. Per gli esperti, Mia avrebbe iniziato a manifestare «palesi segni di disagio psicofisico, chiaramente dovuto al fatto che si sia trovata in mezzo ad un tiro alla fune». Da cui la decisione: l'ordinanza del giudice è datata 3 giugno. Dispone per i collocatari il divieto di avvicinamento alla bambina ad almeno mille metri di distanza e l'applicazione del braccialetto elettronico. Unico modo che la magistratura ha ritenuto possibile per permettere un ricongiungimento deciso a luglio 2025 e forse, adesso, possibile.

