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San Berillo chiede ascolto: «Servizi, case e integrazione per rilanciare il quartiere catanese»
Parte dal quartiere l'iniziativa del circolo centro del Pd - Officina democratica che ha organizzato un incontro in piazza Falcone
Il circolo Catania centro del Pd - Officina democratica ha organizzato un incontro in piazza Falcone per discutere i bisogni di San Berillo con gli abitanti e con le tante realtà e associazioni che vi operano: la parrocchia del Crocifisso della Buona Morte, il centro Astalli, i Cavalieri della Mercede, Penelope, Civico Zero, Caritas, Save the Children, comunità Sant’Egidio, Sunia.
Gli adulti discutono, mentre i piccoli disegnano nell’ambito - come spiega Giulia Di Iorio - del laboratorio di fumetto che Officina democratica ha portato avanti ogni sabato per sei mesi insieme al piccolo coro multietnico dell’Imburu. Occasioni per incontrare le famiglie e per ascoltarne le loro necessità nell’ottica di recuperare un modo di fare politica che parta dai territori. È il primo appuntamento dell’iniziativa “Voce alla città” che sarà replicata in altri quartieri.
E la voce si è fatta sentire alta, a partire da Nino Bellia, della parrocchia, che in opposizione a quanti vorrebbero espellere i migranti dal quartiere, per motivi di sicurezza e decoro, sostiene l’importanza della contaminazione di persone e culture, dell’incontro, del sostegno. San Berillo - scandisce Francesca Di Giorgio, coordinatrice del centro Astalli - ha bisogno di progetti mirati per ognuna delle varie tipologie di abitanti, a partire dai migranti e dalle prostitute e trans.
Troppe persone migranti - ora che non hanno più diritto all’accesso in strutture - vivono e dormono per strada, in condizioni disumane. Allora occorre un dormitorio dentro il quartiere, un centro diurno con medici e servizi sociali, uno sportello Serd per i giovani che, spinti dalla durezza della loro vita, fanno uso di droghe e spacciano. Come dire che le istituzioni devono essere dentro il quartiere.
«Che è bellissimo, anche se ad attraversarlo sono solo i turisti che ammirano la street art», commenta Elvira Brancè dei Cavalieri della Mercede. Da lei l’invito a «non avere paura». «Ci vogliono case per le famiglie, non B&B che cacciano le persone. Ci vuole un negozio di generi alimentari, un panificio. Bisogna contaminarsi perché vivere e lavorare insieme è possibile».
In quest’ottica - come rileva Giusi Milazzo del Sunia - è importante la presenza dei vigili di quartiere e che i fondi europei siano spesi secondo la loro destinazione originaria, come i Pui (Piani urbani integrati), destinati ai quartieri marginali, e invece utilizzati per impiantare alberi a Corso Sicilia, e per rifare, a mero vantaggio dei turisti, la pavimentazione di strade realizzate solo 15 anni addietro. Criticato anche l’acquisto di due palazzi da demolire per fare una piazza anziché recuperarli per case a canone sociale.
Eren Saweris - mediatrice culturale dell’associazione Penelope che sostiene i migranti sfruttati sul lavoro e le donne costrette alla prostituzione - racconta la propria difficile esperienza di inserimento e dice che aiutare i migranti è indispensabile per renderli autonomi e capaci di aiutare gli altri, come ha fatto lei. Un’esperienza simile a quella di Saikou Ceesay, del Gambia, che dopo oltre un anno in comunità senza imparare una parola di italiano né fare alcuna attività, grazie all’aiuto di Nino Bellia ha trovato la sua strada e ora, nell’ottica dell’integrazione, ha fondato la cooperativa agricola Dakulaa per sottrarre tanti altri giovani come lui al caporalato. La burocrazia, denuncia, rende difficile qualunque passo per i migranti che, vivendo in stato di abbandono in strada, si ammalano e fanno uso di droghe. “Senza una rete di supporto - ripete - da soli, non possiamo fare niente”.