l'analisi
Dai tabloid ai social network: quei favori fatti a Cosa Nostra
Gli articoli inglesi sono solo un esempio di una cronaca distorta dell’Isola
Quando lo stereotipo diventa fake news. La mafia non è solo una roba siciliana. Non lo è da decenni. È un tumore che non si può confinare a un’isola. La negazione è proprio ciò che i mafiosi cercano. Cosa Nostra è diventata forte e potente in Sicilia proprio quando le Istituzioni, politiche e giudiziarie, si voltavano dall’altra parte paragonando i mafiosi ai ladri di galline. I boss sono entrati nei palazzi, nei municipi, nelle aziende. Ma poi è arrivato - proprio in Sicilia - chi quel cancro lo ha voluto estirpare. I siciliani sono stati e sono i più grandi nemici della mafia. Qui, in Sicilia, sono nati gli strumenti normativi di contrasto alle mafie che ci invidia e ci copia tutto il mondo. Ma nonostante le battaglie e le lapidi, l’etichetta di epicentro mafioso la Sicilia non riesce a scrollarsela di dosso.
Ma il peccato originale non è del cronista inglese inviato a Palermo. Gli articoli dei media britannici sono solo gli ultimi esempi di un racconto della Sicilia fatto di stereotipi mafiosi. Stereotipi che sono diventati addirittura prodotti da merchandising. Brand di ristoranti. E purtroppo c’è anche un filone musicale che della drammaturgia mafiosa ha creato un business vorticoso. Fare profitto banalizzando un’organizzazione criminale che ha seminato terrore e morte è davvero aberrante. Dovrebbe essere considerato un reato. Anzi l’istigazione a delinquere è già un reato.
Niko Pandetta, il trapper catanese che ha appena finito di scontare quattro anni per droga, in un interrogatorio ha sottolineato che «inneggiare alla mafia nelle canzoni era un’operazione di marketing».
La piattaforma privilegiata per puntellare la simbologia arcaica del crimine organizzato è la rete. Anzi i social network. Che sono diventati anche il mondo dove i mafiosi reclutano manovalanza, quella da buttare sulle strade. A fare il lavoro sporco, fra spaccio e pistolettate. Quei soldati che rischiano la galera mentre i capi si arricchiscono e costruiscono le ville in stile Scarface che poi pubblicizzano sui profili virtuali. Quando è morto Nitto Santapaola, alcuni mesi fa, sono stati diffusi video e reel che omaggiavano lo spietato padrino catanese. TikTok, non a caso, ha dovuto fare un protocollo con la Commissione nazionale antimafia per bloccare quest’onda orribile.
L’unica arma di contrasto non è oscurare quei messaggi, quelle pagine, quegli utenti. Ma è occupare gli spazi dove la mafia comunica e dialoga con nuove narrazioni positive. Una narrazione che fa diventare figo e popolare chi parla di legalità. Chi sceglie di rispettare la legge. E di seguire le regole. Artisti, rapper, musicisti, scrittori. L’elenco dei famosi alternativi (siciliani) è davvero lungo.