Il caso
I media britannici e la mafia: perché il caso Dua Lipa dice qualcosa che va oltre le nozze
Non è solo la gaffe di un tabloid inglese: è lo specchio di una narrazione sulla Sicilia che non cambia mai. Dalle reazioni di Schifani alla Fondazione Falcone, il punto
Per parafrasare Dua Lipa, suo malgrado al centro di un incidente diplomatico che corre sull’asse Palermo-Londra, i media esteri la lezione non la imparano mai. E cioè: non c’è niente di più facile per scatenare una polemica che parlare di Sicilia e metterci dentro la mafia, anche quando la mafia non c’entra. Lo hanno fatto, stavolta, in occasione della festa di nozze della star britannica con l’attore Callum Turner, il tabloid Sun e il quotidiano Telegraph. Passi (si fa per dire) il riferimento alle nozze «mafia chic nell'isola dei corpi in mezzo alla strada e dei bambini ammazzati» del Sun, che tabloid è e per quello va preso, il Telegraph non sembra andare giù a nessuno. Dal presidente della Regione Renato Schifani, che chiede a Dua Lipa di prendere le distanze dalla stampa del suo Paese, alla Fondazione Falcone, che ricorda quando furono la Regina Elisabetta e il principe Filippo a rendere omaggio alle vittime di Cosa Nostra. Il titolo (anche se corretto rispetto alla prima stesura), al solito, è quello che fa scalpore: «L'ex covo della mafia siciliana ospita il matrimonio vip dell'anno». Parlano di Bagheria, dove la coppia prosegue i festeggiamenti dopo la puntata a Palermo.
Nick Squires, corrispondente dall’Italia, è inviato nell’Isola per raccontare i dettagli dell’evento. E lo fa partendo dal particolare più scontato: Cosa Nostra. «Un tempo era un luogo che la gente aveva troppa paura di visitare, un bastione della sanguinaria Cosa Nostra siciliana. Bagheria, sulla scintillante costa nord dell'isola, faceva parte del “Triangolo della Morte”, un gruppo di paesi dove i boss mafiosi torturavano e uccidevano i loro rivali in una fabbrica di chiodi abbandonata, per poi sciogliere i cadaveri nell'acido», si legge nell’articolo diventato un caso mediatico.
Squires si riferisce alla Icre, l'ex magazzino di materiali ferrosi, oggi confiscato e nelle disponibilità del Comune di Bagheria, che secondo la testimonianza del pentito Nino Giuffrè veniva usato per sciogliere nell'acido le vittime della mafia. Nell’articolo parla anche il sindaco di Bagheria, Filippo Tripoli. «Questo era territorio di mafia, era un feudo di Cosa Nostra», ammette il primo cittadino, prima di puntualizzare: «Tutti i grandi boss mafiosi stanno scontando l’ergastolo in carcere oppure sono morti».
L'articolo del Telegraph ricorda anche molte altre cose: che Bagheria è diventata una location per matrimoni di lusso, che è famosa per le sue ville barocche, i colori, il turismo. Racconta di una Sicilia su cui si sono stratificati i segni delle dominazioni, «senza contare il controllo della mafia prima che le autorità intervenissero». Cioè dopo le stragi di Capaci e via D'Amelio nel 1992. Il sindaco Tripoli prova a ribadire: «Ogni volta che i mafiosi hanno provato a ripristinare il sistema, sono stati arrestati».
Pubblicato il pezzo, non c’è modo di tornare indietro. Schifani ne fa una questione economica, oltre che di principio. «Il danno d’immagine arrecato alla Sicilia e ai siciliani è stato enorme, perché ancora una volta la nostra terra è stata associata a uno stereotipo che non la rappresenta e che ignora decenni di sacrifici, di lotta alla criminalità organizzata e di riscatto civile, culturale ed economico». Gli fa eco il sindaco di Palermo, Roberto Lagalla: «Uno stereotipo tanto abusato quanto ingiusto, che riduce una terra complessa, moderna e dinamica a una narrazione semplicistica e offensiva». I parlamentari siciliani del M5S definiscono il titolo offensivo perché «non ricorda gli eroi siciliani che hanno lottato contro la mafia sacrificando la loro vita e mortifica chi continua a lottare oggi dentro e fuori le istituzioni». «Nessun Paese europeo - afferma la Fondazione Falcone - può oggi ritenersi immune da fenomeni di criminalità organizzata, riciclaggio e corruzione. Proprio per questo risulta ancora più grave continuare a descrivere la Sicilia attraverso immagini e cliché che ignorano decenni di sacrifici, lotte e conquiste nella difesa della legalità. Ci uniamo pertanto all’appello del presidente Schifani e chiediamo con forza a The Sun e The Telegraph di porgere pubbliche scuse alla Sicilia e ai siciliani».
