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Il processo d'appello “Doppio Petto”

La signora del clan e il pizzo mascherato da saldi fuori stagione

Fra omertà e tangenti si sarebbe mossa la vedova di Nuccio Ieni all'interno della famiglia mafiosa. Il quadro analizzato dalla Pg

08 Giugno 2026, 06:14

06:20

La signora del clan e il pizzo mascherato da saldi fuori stagione

La signora Ieni sarebbe stata consapevole e ben inserita nel contesto degli affari illeciti del marito, deceduto qualche anno fa in carcere, e dei figli. La sostituta Pg Giovannella Scaminaci ha esaminato punto per punto il quadro accusatorio a carico di Francesca Viglianesi che, in primo grado, è stata condannata a 10 anni di carcere per estorsione e usura aggravata dall’agevolazione mafiosa nel processo “Doppio Petto”. Nella lunga e articolata requisitoria, la magistrata ha chiesto alla Corte d’Appello di confermare la sentenza poiché ritiene i motivi di ricorso della difesa infondati.

Viglianesi è protagonista del pizzo mascherato da saldi fuori stagione applicati da alcuni negozi griffati di Corso Italia. Un nuovo modello di estorsione venuto fuori dal blitz della squadra mobile, anche se in verità era già emerso da alcune dichiarazioni rese da collaboratori nel 2005.

La difesa l’ha definita una scontistica normale. Per la sostituta Pg invece è una tangente mafiosa. Le prove arriverebbero dalle intercettazioni e dagli atti processuali. Da un dialogo fra Piera Ieni e la madre Francesca Viglianesi è cristallizzato in modo plastico che un commerciante aveva venduto la merce con uno sconto del 40%: invece di 840 euro ne avevano pagato 500. È la figlia del defunto boss a «sollecitare lo sconto» - dice la Pg - il reato risulta dunque integrato. Dall’abbigliamento alle calzature. “Anche in questo caso venivano praticati tassi di sconto altissimi ed anomali, niente affatto rientranti in normali prassi commerciali”, argomenta la magistrata. E inoltre il titolare del negozio si è mostrato reticente alle domande del pm.

“Risulta evidente che la negoziante - afferma la sostituta Pg - ben conoscesse la famiglia Ieni e fosse stata ben consapevole che non si era trattato di una semplice richiesta di sconto, a cui si sarebbe potuto opporre un semplice rifiuto, senza subire conseguenze. Le dichiarazioni contraddittorie non fanno che confermare la soggezione ed il timore che ella nutriva nei confronti di alcuni clienti”. Tra cui la vedova del boss Ieni, che sarebbe stata a conoscenza “che tutto ciò che otteneva era a mezzo del nome” del marito e sarebbe stata “nella piena consapevolezza di agire avvalendosi del metodo mafioso”.

Viglianesi, inoltre, è stata condannata per la ricettazione dei proventi illeciti dell’estorsione ai danni dei fratelli Di Martino (la società dell’ex presidente di Confindustria che si è costituito parte civile nel processo). “È assolutamente evidente da quanto la donna riferisce al figlio Dario nel corso di una conversazione intercettata, che ella abbia ricevuto la somma di 8.000 euro, quale rata annuale degli imprenditori Di Martino”. È lo stesso figlio Dario a dire alla moglie “che il denaro avrebbe dovuto essere consegnato alla madre”.

Ieni Dario: «Glieli do a fine mese alla mamma i soldi! Alla mamma». Parole inequivocabili per Giovannella Scaminaci: “È chiara dunque la ricezione delle somme, nella piena consapevolezza della loro provenienza illecita”.

Per la procura generale anche l’accusa di usura è pienamente provata dal “solido quadro probatorio che emerge dalle intercettazioni e dalle dichiarazioni pienamente confermative rese dalla parte offesa”. In questo caso non c’è stata alcuna dichiarazione reticente agli investigatori.