Aggiungi La Sicilia come fonte preferita English Version Translated by Ai
8 giugno 2026 - Aggiornato alle 16:48
Aggiungi La Sicilia come fonte preferita su Google
×

L'intervista

Le "leggi bavaglio" e l'accesso alle fonti, il procuratore di Trapani Paci: «Così non si concede il diritto a capire»

Viene difeso l'accesso dei giornalisti ai documenti giudiziari e criticata la spettacolarizzazione dei processi in tv

08 Giugno 2026, 09:57

10:02

Le "leggi bavaglio" e l'accesso alle fonti, il procuratore di Trapani Paci: «Così non si concede il diritto a capire»

Un incontro al Polo universitario con gli studenti che hanno partecipato al concorso giornalistico indetto in occasione degli 80 anni della Costituzione, da sindacato giornalisti, ordine dei giornalisti, prefettura, ufficio scolastico, che ha visto il procuratore Gabriele Paci aprirsi a un confronto sul tema della stampa e dell'informazione. Assieme al prefetto Daniela Lupo, Paci si è detto aderente all' art. 21 della Costituzione, il diritto di tutti ad esprimere in libertà il proprio pensiero, concordando sull'indispensabilità della stampa, ma garantita «rispettando la pluralità dell'informazione, certa e verificabile».

Il procuratore di Trapani, dinanzi a tentazioni normative che vorrebbero escludere i giornalisti totalmente dai circuiti giudiziari, che significa impedire accesso alle fonti, è stato netto e in disaccordo. Oggi il tema è quello di vietare ai cronisti l'ottenere le ordinanze di applicazione di misure cautelari: «C'è già una norma - ha ricordato Paci - che vieta la pubblicazione dei contenuti dell'ordinanza, impedire totalmente ai giornalisti di poterle leggere, significa non concedere il diritto a capire. Sanno che non possono proporre i passaggi. Questo già basta. Certo se i magistrati fossero stati più riservati certe norme non ci sarebbero state, quello che mi interessa come capo di questa Procura è che nessuno finisca nel tritacarne».

Paci nel corso dell’incontro al Polo ha mostrato di avere grande interesse alla libertà di informazione, e dalla parte dei cronisti ha detto che purtroppo oggi i delitti di critica e di opinione si contrastano con una norma del 1921, «forse è l'ora di cambiare e di pensare magari ad una authority». Pesantemente critico sui processi fatti in tv, su quella che è conosciuta come spettacolarizzazione del processo: «Il processo è una cosa molto seria, è molto complicata, non accettate semplificazioni. Mi spaventa - ha proseguito Paci - un po' il processo fatto prima del processo, con testimoni e consulenti nei salotti tv, gli stessi che poi dovranno andare dinanzi ad un giudice, che deve essere garantito immacolato e libero da condizionamenti, e deve aver a che fare con prove genuine. Il giudice non può trovarsi condizionato dall'opinione pubblica, deve giudicare non cercando consenso, ma guardando alle parti e alle prove a lui sottoposte. Una informazione siffatta rischia di sminuire il valore della magistratura, quasi da indurre nella collettività devastanti crisi di fiducia se l'epilogo è diverso da quello annunciato in tv».

Ma al rifiuto dei processi televisivi non corrisponde nelle parole del procuratore il non riconoscere al giornalista il diritto a «investigare»: «Il giornalista cede alla verosimiglianza, deve indicare al lettore possibili ipotesi, ma il giudice deve arrivare ad un giudizio certo, aldilà del ragionevole dubbio». E Paci conclude: «Il giornalista è chiamato ad esplorare e raccontare criticamente i fatti, ed è il giudice che deve arrivare a una decisione fondata sulla certezza oltre ogni ragionevole dubbio».