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L'analisi Svimez

Sanità, un solo Paese ma "due cure": Sicilia ultima per livelli di assistenza, più fondi al ricco Nord Italia

Al Sud si vive in media un anno e mezzo in meno e il tasso di mortalità oncologica è più alto che nelle regioni settentrionali (infatti i siciliani si spostano per curarsi)

11 Giugno 2026, 08:35

08:40

sanità Sicilia

Essere ricchi va bene, ma provare da ricchi a fare i furbi a danno dei più poveri non è ammissibile. Il dibattito sull’autonomia differenziata rivendicata dalle Regioni del Nord si arricchisce di una “furbata” in fatto di sanità, scoperta dalla Svimez, che l’ha svelata nell’audizione in commissione Affari sociali della Camera sull’“Indagine conoscitiva sull’attuazione dei livelli essenziali di assistenza e sull’erogazione delle prestazioni sanitarie nelle Regioni”.

Dalla quale è emerso che le Regioni del Nord sono vicine al 100% degli obiettivi dei Lea (la soglia minima è 60%), mentre le Regioni del Sud sono lontane dagli obiettivi minimi e dove si muore anche di più. Quindi, secondo la Svimez, dare alle Regioni del Nord ulteriori competenze comporterà per forza un aumento di spesa a carico dello Stato e aumenterà il differenziale con il sistema sanitario del Sud. Che, invece, avrebbe bisogno di più risorse per allinearsi agli ottimi standard settentrionali.

I dati Svimez descrivono “un Paese, due cure”. Lombardia e Piemonte sono al top quanto ai Livelli essenziali nella prevenzione (rispettivamente 95 e 93), nei distretti (76 e 90) e negli ospedali (86 e 87); la Sicilia è drammaticamente ultima con 48, 44 e 80.

I cittadini del Sud costretti a farsi curare al Nord per mancanza di offerta adeguata o di posti fanno incassare (dato 2024) 419 milioni all’Emilia-Romagna, 385 milioni alla Lombardia, 111 milioni al Veneto; la Sicilia paga 138 milioni per i suoi cittadini che si curano al Nord. E ancora: in Italia 1,6 milioni di famiglie sono in povertà sanitaria, di cui 700mila al Sud; il 6,3% vive in Sicilia.

Se le strutture sanitarie non offrono un servizio adeguato e i cittadini per motivi economici devono rinunciare alle cure, le conseguenze sono che al Sud si vive un anno e mezzo in meno, che il tasso di mortalità oncologica è più alto (quasi il 9%), che la copertura per lo screening mammografico in Sicilia si ferma al 52% nel pubblico e al 13,5% nel privato, e che il 20% dei malati oncologici va a curarsi al Nord, pari a 12.401 pazienti su 66.885 (in Sicilia la mobilità forzata riguarda il 16%).

La Svimez calcola che, per effetto dell’autonomia differenziata, nei prossimi anni i trasferimenti statali per la sanità vedrebbero un aumento del 7% per il Nord e una pari riduzione al Sud: un taglio di 9 miliardi. Per questo la Svimez propone di modificare i criteri di riparto della spesa sanitaria.

Infine, la Svimez svela il “trucco” nascosto nelle pieghe dei “non detto”: «La clausola di invarianza finanziaria prevede che il processo di attuazione dell’autonomia differenziata e il conseguente esercizio delle nuove competenze deve avvenire senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica e nei limiti delle risorse disponibili a legislazione vigente. Tale previsione appare in contraddizione con la richiesta di alcune funzioni, soprattutto in ambito sanitario, che presuppongono la disponibilità di risorse aggiuntive. È difficile immaginare, ad esempio, che una Regione possa rafforzare le politiche di reclutamento e incentivazione del personale sanitario senza maggiori costi. Affermare che tali interventi debbano essere realizzati nei limiti delle risorse già disponibili svuoterebbe di contenuto le stesse competenze richieste. Su questo piano, la documentazione tecnica allegata agli schemi di intesa non fornisce sufficienti chiarimenti».

È con i “non detto” che ciascuno fa ciò che vuole. A danno del povero Sud.