la crisi senza fine
Ad Agrigento non era colpa della siccità: il racconto di una emergenza idrica che fa rima con inefficienza
Centomila persone a secco, il drammatico appello del sindaco di Canicattì che evoca problemi di ordine pubblico. Il caso dei dissalatori inutili ma costosi. E intanto ospedale e vigili del fuoco sono senz'acqua
La scorsa estate la colpa era della siccità, come nemmeno il miglior avvocato di Johnny Stecchino avrebbe saputo fare. Questa volta, e dopo un inverno tra i più piovosi che si ricordino, siamo punto e a capo. Agrigento e la sua provincia sono di nuovo a secco con le Istituzioni che si “limitano” a comunicare la rottura lungo la condotta e che per giorni ci saranno intere città a secco. Un servizio essenziale negato liquidato come una mera questione burocratica. Ma stavolta la “crisi” ha fatto il salto di qualità con una drammatica nota del sindaco di Canicattì Vincenzo Corbo.
La scintilla è stata la comunicazione di Siciliacque: un grave guasto ha imposto lo stop dell’acquedotto Fanaco. L’effetto domino è stato immediato: fornitura sospesa a Canicattì e Casteltermini e drastiche riduzioni ad Aragona, Favara, Comitini, Porto Empedocle e in alcune frazioni di Agrigento (compreso l’ospedale San Giovanni di Dio). Significa circa 100 mila persone senz’acqua. Ma a Canicattì la situazione ha assunto rapidamente i contorni di un collasso totale. Il sindaco Corbo ha delineato uno scenario insostenibile: i turni di erogazione rischiano di dilatarsi superando la soglia dei 20 giorni. E non solo: anche il servizio delle autobotti è fermo e non solo per la discutibile – in tempi di emergenza – guerra, sventolando la bandiera della legalità, a coloro che portano acque nelle case. Se lo Stato non è in grado di fornire acqua, i cittadini cercano storicamente soluzioni alternative negli autobottisti. Stavolta le bonze sono impossibilitate a operare perché la mancata erogazione ha svuotato due dei serbatoi comunali, mentre il terzo è in via di esaurimento. Manca l’acqua, manca la pressione idonea al carico, e così pure le autobotti sono ferme. A peggiorare un quadro già critico c’è l’inagibilità dell’idrante comunale: in caso di emergenza, i Vigili del Fuoco sarebbero costretti a recarsi a Castrofilippo per il prelievo d’acqua, dilatando i tempi d’intervento e mettendo a repentaglio la sicurezza dell’intero territorio. Scuole, panifici, ristoranti e attività produttive sono letteralmente impossibilitati a lavorare senza la garanzia degli standard igienici di base, col serio rischio di una chiusura. E dire che lo scorso anno la Regione ha “investito”, in emergenza, decine di milioni per i dissalatori che dovevano essere la panacea di tutti i mali. E invece quello di Porto Empedocle, ammesso che venga messo in funzione, è del tutto insufficiente e la popolazione è pure sul piede di guerra perché quando è stato “acceso” il rumore era talmente assordante che i Comitati cittadini hanno promesso battaglia. Cattedrali nel deserto, insomma che, anche se funzionassero, si rivelerebbero un cerotto su un’emorragia perché la produzione risulterebbe comunque insufficiente a sanare una crisi amplificata da una rete idrica colabrodo. Passano insomma gli anni, la crisi dura da decenni e, per usare una metafora coniata dall’ing. Peppe Riccobene, ora neo assessore ad Agrigento, la Regione ha sostanzialmente scelto di affidare la soluzione dell’emergenza a chi l’ha causata.