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il caso

«Vannacci, chieda scusa a mia figlia": il grido di dolore della madre di Sara contro l'ex generale

Cetty Zaccaria risponde alle dichiarazioni che negano il femminicidio: "La morte di mia figlia non è un’opinione politica. Ha confuso il rifiuto con il possesso"

15 Giugno 2026, 17:02

17:10

«Vannacci, chieda scusa a mia figlia": il grido di dolore della madre di Sara contro l'ex generale

Il dolore di una madre sopravvissuta alla propria figlia non ammette sconti e non può accettare che la tragedia che ha annientato una famiglia venga ridotta a un "semplice omicidio come gli altri". A parlare è Cetty Zaccaria, madre di Sara Campanella, la studentessa uccisa lo scorso anno all’uscita del Policlinico di Messina da un collega universitario.

Le sue parole, affilate e intrise di sofferenza, rispondono alle recenti dichiarazioni del generale Roberto Vannacci, secondo cui il femminicidio sarebbe un concetto inesistente. Quella di Sara non fu una fatalità, ma l’esito di un disegno lucido e spietato. L’aggressore, neppure un compagno di studi stretto, agì con premeditazione: conosceva il luogo in cui colpire e impugnava un coltello acquistato mesi prima.

La giovane venne raggiunta alle spalle da cinque coltellate, l’ultima, alla gola, le fu fatale. Non ebbe alcuna possibilità di difendersi.

La sua “colpa”? Aver detto un “no” per difendere la propria libertà di fronte a un “maschio” che ha scambiato un rifiuto legittimo per un inaccettabile diritto di possesso.

Dinanzi alle parole di Vannacci, Zaccaria respinge con forza ogni minimizzazione. Per chi vive una perdita simile, negare il femminicidio non è una semplice opinione o una provocazione politica, ma “una ferita che si riapre, una negazione che pesa come un macigno sulla memoria, sulla dignità e sulla verità di ciò che è accaduto”.

La madre di Sara ribadisce che il femminicidio “non è un’etichetta ideologica, ma la definizione di una realtà tragica e specifica: quella di Donne uccise in quanto Donne, spesso dentro dinamiche di possesso, controllo, sopraffazione e violenza di genere.

Scegliere di ignorare questa parola significa voltarsi dall’altra parte, cancellando “il vuoto che si apre quando una Madre non può più abbracciare sua Figlia” e condannando i familiari a un autentico ergastolo del dolore.

Da qui l’appello per un confronto pubblico fondato su consapevolezza, responsabilità e verità. Non si può parlare di parità se si nega l’esistenza di una violenza sistemica che colpisce le donne.

Il messaggio finale, diretto e inequivocabile, è rivolto al generale Vannacci: “A chi sceglie di negare questa realtà, chiedo almeno il rispetto del silenzio, davanti a chi piange. Generale, se non aveva argomenti per attirare l’attenzione nel suo dibattito politico, poteva sceglierne un altro. Si documenti prima di parlare e chieda scusa!”.