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Il blitz

Il potere intatto dei boss con i permessi premio: così continuavano a gestire i clan di Palermo

Dalla semilibertà al ritorno al potere: come Raffaele Galatolo, l'ex "strangolatore" dell'Acquasanta, dettava ordini dal carcere e ricostruiva la rete criminale tra arresti e nuovi vertici

15 Giugno 2026, 17:03

18:35

Il potere intatto dei boss con i permessi premio: così continuavano a gestire i clan di Palermo

La stretta di Raffaele Galatolo, 75 anni, storico esponente della famiglia mafiosa dell’Acquasanta, non si è mai allentata.

Lo spietato killer che negli anni Ottanta strangolava i nemici dei Corleonesi era persino riuscito a ottenere la semilibertà: ogni pomeriggio lasciava il penitenziario di Secondigliano per svolgere attività in un’associazione di volontariato.

Un caso eclatante già emerso nell’ottobre 2024 grazie a un’inchiesta di Repubblica, che aveva acceso i riflettori sul fenomeno dei boss ergastolani capaci di esibire una condotta impeccabile in cella per ottenere benefici e rientrare nei propri territori.

Fuori dalle mura del carcere, però, la realtà era ben diversa da quella cristallizzata nelle relazioni comportamentali.

Appena varcata la soglia, Galatolo accendeva il cellulare e tornava a dettare la linea, impartendo direttive agli uomini rimasti a presidio dell’Acquasanta.

A scoperchiare il sistema è stata l’ultima indagine della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, guidata dal procuratore Maurizio de Lucia.

All’alba di oggi i finanzieri del Nucleo speciale di polizia valutaria hanno eseguito 13 misure cautelari: 8 in carcere e 5 ai domiciliari.

Tra gli arrestati figura anche un altro anziano capomafia, il 78enne Stefano Fidanzati, ritenuto dagli inquirenti del pool coordinato dal procuratore aggiunto Vito Di Giorgio il nuovo reggente della vicina famiglia dell’Arenella.

I magistrati palermitani hanno ricostruito la cronologia dei movimenti del boss, accertando che beneficiava dei permessi premio già dal 2018.

Se all’interno dell’istituto il “strangolatore dell’Acquasanta” manteneva un profilo irreprensibile, una volta sul territorio mostrava l’urgenza di riprendersi il ruolo che considerava proprio.

L’occasione si è concretizzata nel 2020, quando riuscì a scalzare Giovanni Ferrante: quest’ultimo, arrestato l’anno successivo, ha poi scelto di collaborare con la giustizia.

È l’ennesima frattura interna al clan, dopo il pentimento, negli anni scorsi, dei nipoti di Raffaele, Vito e Giovanna Galatolo.

Negli anni della seconda guerra di mafia, vicolo Pipitone divenne una roccaforte della galassia corleonese e la base operativa dei sicari agli ordini di Totò Riina.

Da lì partirono i commando di morte per gli omicidi di Pio La Torre, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e del commissario Ninni Cassarà.

Sempre da vicolo Pipitone si mossero gli uomini incaricati di collocare l’esplosivo sulla scogliera dell’Addaura nel fallito attentato contro il giudice Giovanni Falcone, uno dei capitoli più oscuri della storia criminale italiana.

I vertici dell’Acquasanta hanno a lungo vantato contatti con apparati deviati delle istituzioni. E Raffaele Galatolo, depositario di segreti indicibili, finora ha scelto di non parlarne.