CATANIA
Porticciolo di Ognina: la Tortuga non esegue la sentenza del Cga, Legambiente chiede lo sgombero
A giorni dalla pronuncia che annulla l'ampliamento della concessione il molo è ancora lì, con le barche ormeggiate. La società: «Riaprire l'iter, pronti al risarcimento»
A distanza di giorni dalla pronuncia del Consiglio di Giustizia Amministrativa che ha annullato l'ampliamento della concessione marittima del porticciolo di Ognina, il molo in plastica e acciaio è ancora lì. Le transenne sono ancora lì. E una ventina di barche - immaginiamo a pagamento - occupano uno specchio d'acqua che per sentenza dovrebbe essere già tornato alla fruizione pubblica.
È questo il quadro che Legambiente Catania fotografa - letteralmente - nei giorni successivi alla sentenza n. 00536/2025 del Cga, che il primo giugno ha annullato non solo l'ampliamento della concessione demaniale ottenuto dalla società La Tortuga srl, della famiglia Testa, ma anche i pareri della Soprintendenza di Catania e l'atto suppletivo dell'assessorato regionale Territorio e Ambiente. Una sentenza immediatamente esecutiva, dalla quale non sembrano ancora discendere conseguenze concrete.
«Eseguire la sentenza significa una cosa sola», scrive l'associazione ambientalista in una nota: «interrompere i lavori, rimuovere le opere, togliere le transenne e restituire immediatamente l'area alla fruizione pubblica». Legambiente si rivolge direttamente al sindaco Enrico Trantino - che già in passato aveva chiesto alla Regione un passo indietro sulla vicenda, e il cui Comune era poi intervenuto in giudizio a sostegno degli ambientalisti - ma anche alla Regione Siciliana e a tutti gli enti competenti: «Si assuma una posizione chiara e inequivocabile».
La storia di Ognina è lunga e intricata. Tutto nasce dall'ampliamento della concessione accordato a La Tortuga srl, che avrebbe potuto espandersi di ulteriori 2.187 metri quadri nell'area del porticciolo - pontili galleggianti, banchine, perfino un gazebo su ruote - in un borgo marinaro le cui origini risalgono all'VIII secolo avanti Cristo e che ricade sotto il massimo livello di tutela archeologica. Il Tar aveva in un primo momento rigettato i ricorsi contrari, nell'aprile 2025. Ma il Cga, su appello di Legambiente, ha ribaltato quella decisione, giudicando il parere favorevole della Soprintendenza «illogico, irragionevole e contraddittorio» nella sostanza: le prescrizioni imposte erano così vaghe - su dimensioni delle imbarcazioni e «minimizzazione visiva» - da essere prive di qualsiasi valore vincolante, lasciando al concessionario un'«amplissima libertà decisionale» e rendendo di fatto impossibile verificarne il rispetto. E soprattutto, nessuno aveva spiegato come si sarebbe potuto ripristinare integralmente, a fine concessione, un molo di epoca romana dopo averne demolito una porzione.
La Tortuga non ci sta e qualche giorno fa ha risposto punto per punto. In una nota, la società ha affermato che la sentenza «non mette in discussione la bontà del nostro progetto», ma evidenzia «unicamente un difetto di motivazione e di istruttoria da parte degli enti pubblici competenti». In altre parole: la colpa sarebbe degli uffici, non del concessionario, che avrebbe operato «in assoluta buona fede». La società ha già chiesto formalmente la riapertura dell'iter istruttorio, affinché Soprintendenza e Regione possano sanare i vizi rilevati dai giudici. E parallelamente ha formalizzato «una riserva di azione risarcitoria nei confronti degli enti responsabili dell'istruttoria», a tutela degli investimenti effettuati.
Legambiente non si fida delle rassicurazioni e mette in chiaro che, se dovessero emergere «resistenze o tentativi di eludere gli effetti della sentenza», è pronta a sostenere ogni iniziativa democratica e civile insieme a residenti, associazioni e consiglieri. «Ognina appartiene ai cittadini, ai pescatori, alle associazioni sportive», si legge nella nota. «La sentenza va applicata. Ora.»

