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Soldi, armi e codici segreti: così "parmigiano" proteggeva il superlatitante Matteo Messina Denaro
Convalidato l'arresto di Francesco Burrafato. Ai domiciliari l'uomo accusato di aver foraggiato la latitanza dorata di MMD. A casa aveva una pistola con matricola abrasa e reperti archeologici
Una pistola clandestina accuratamente sepolta in giardino e l’ombra ingombrante dell’ultimo grande capo di Cosa Nostra. Francesco Burrafato, 84 anni, è stato arrestato nella sua abitazione di Erice dai Carabinieri del ROS. L’ipotesi di reato formalmente contestata è la detenzione di un’arma con matricola abrasa; a rendere il quadro più grave è però il contesto investigativo: secondo gli inquirenti, l’uomo sarebbe uno dei finanziatori occulti della latitanza di Matteo Messina Denaro.
Il gip del tribunale di Trapani, Cristina Carrara, ha convalidato l’arresto e disposto per l’indagato la misura degli arresti domiciliari. La perquisizione risale a venerdì scorso, quando il personale del ROS dei carabinieri si è presentato a casa sua per dare esecuzione a un decreto della Procura Distrettuale Antimafia di Palermo.
Decisivo l’intervento dei Vigili del Fuoco con un escavatore: a pochi centimetri di profondità, sotto una piastrella nel giardino, è stato rinvenuto un tubo di plastica arancione.
All’interno, celata in una boccia di vetro avvolta in un sacchetto, una pistola calibro 38 Special marca Taurus Brazil, con matricola abrasa, in ottimo stato di conservazione e corredata da dodici proiettili.
Sequestrati anche spray e arnesi per la pulizia delle armi, oltre a beni di presunto interesse archeologico – tra cui monete antiche e punte di lancia – che hanno comportato un’ulteriore contestazione per ricettazione.
Il Gip ha convalidato l’arresto in flagranza, ritenendo l’arma inequivocabilmente riconducibile a Burrafato per il luogo e le modalità di occultamento.
Su richiesta del Pubblico Ministero, il giudice ha applicato gli arresti domiciliari vista l'età avanzata.
La misura è stata calibrata anche alla luce del profilo personale dell’indagato: la difesa - l'uomo è assistito dall'avvocato Salvatore Pennica del foro di Agrigento - aveva prodotto documentazione sanitaria relativa a un ricovero nel febbraio scorso per patologie cerebrovascolari. Il giudice ha tuttavia stabilito che né l’età avanzata (classe 1942), né le condizioni di salute rendono incompatibile il regime domiciliare, ritenuto proporzionato e idoneo a impedirgli spostamenti e contatti, così da prevenire il rischio di nuovi reati senza ricorrere alla detenzione in carcere.
Per gli investigatori, la disponibilità dell’arma potrebbe essere solo la punta dell’iceberg. Nel provvedimento, il Gip sottolinea la "negativa personalità dell’indagato", ritenuto "stabilmente inserito nel tessuto della criminalità organizzata" nonostante età e posizione sociale. La perquisizione si inserisce infatti in un'indagine più ampia, in cui Burrafato è indagato per associazione di stampo mafioso e favoreggiamento.
Le carte indicano inoltre che Francesco Burrafato sarebbe il soggetto che Matteo Messina Denaro chiamava in codice "parmigiano": un uomo di "sicura affidabilità", forte di rapporti di vecchia data con la famiglia del boss e, soprattutto, dotato di rilevanti disponibilità di liquidità. Un “bancomat” occulto che avrebbe attivamente contribuito a finanziare e agevolare oltre trent’anni di latitanza dell’ex primula rossa della mafia trapanese.