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Mafia imprenditoriale

La galassia (illecita) del clan Pillera: chiesta la condanna per 10 imputati

Processo “Filo conduttore”. Il sistema sospetto dei subappalti per la fibra

21 Giugno 2026, 05:59

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La galassia (illecita) del clan Pillera: chiesta la condanna per 10 imputati

Un'immagine del blitz scattato nel 2024

Siamo al fotofinish. Manca poco per la sentenza del processo scaturito dall’inchiesta “Filo Conduttore” che due anni fa ha fatto saltare dalla sedia i vertici della Sielte. Il colosso delle telecomunicazioni, con commesse in tutta Italia, non è direttamente coinvolto nella vicenda giudiziaria e i suoi vertici non sono mai stati indagati, ma il nome dell’azienda (che ha fin dal principio respinto qualsiasi tipo di sospetto alimentato dai racconti giornalistici ed evidenziato la massima propensione alla legalità e trasparenza) è molto presente nel fascicolo giudiziario. Anche il pm Fabio Saponara cita Sielte parecchie volte nel corso della lunga requisitoria che si è conclusa con la richiesta di condanna dei 10 imputati. Tutti hanno ritenuto di accedere al rito abbreviato.

Prima di passare ai freddi numeri, proviamo a riassumere l’imponente quadro accusatorio che nasce dalle segnalazioni dell’amministratore giudiziario di “Catania Impianti”, una ditta che lavorava principalmente in subappalto per conto di Sielte. Ma stranamente i contratti venivano passati alle ditte Af Impianti e Telenet, apparentemente di terzi, ma di fatto «riconducibili alla medesima compagine gestionale».

Da quello che è emerso dalle indagini espletate dalla guardia di finanza «un gruppo di soggetti - argomenta Saponara al gup - tutti legati da vincoli familiari e amministratori di fatto e di diritto di diverse imprese operanti nel settore del subappalto dei lavori sugli impianti di telecomunicazioni, ha operato fattivamente per ottenere secondo logiche di ripartizione frutto di accordi interni, il dirottamento di gran parte delle commesse provenienti dalla committente principale, la Sielte, appaltatrice di numerose categorie di lavori dalle società leader del settore in Italia». Il magistrato osserva che «in via speculare Catania Impianti è stata estromessa dall’assegnazione in subappalto dei lavori da parte della Sielte, con un progressivo e costante calo di fatturato, documentalmente accertato che ha portato alla irrimediabile crisi della società. E di pari passo l’andamento commerciale della Tele.Net è cresciuto esponenzialmente».

Sullo sfondo, secondo la ricostruzione della procura, si muoverebbero i tentacoli del clan che porta il nome del boss Turi “cachiti” Pillera. Le accuse a vario titolo di bancarotta fraudolenta, riciclaggio e autoriciclaggio sono aggravate dall’agevolazione mafiosa. Fra le fonti di prova del processo abbreviato ci sono anche i verbali dell’ex soldato della cosca, Salvatore Messina “manicomio”.

«Come si apprende dalle intercettazioni e dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia, i rapporti fra Sielte e le sub-appaltatrici direttamente o indirettamente o meno riconducibili agli imputati “imprenditori” e al loro entourage familiare, sono radicate nel tempo. Ne discende che il sistema di accaparramento delle commesse - spiega Saponara - è talmente consolidato da essere parte integrante delle quotidiane condotte operative e commerciali dei dipendenti del colosso da un lato e dei titolari delle società e/o ditte subappaltatrici dall’altro».

Il colletto bianco che sarebbe stato un po’ il nodo di collegamento è Domenico Lombardo, cognato del numero 1 di Sielte Salvo Torrisi, che però ha smesso di essere nell’organigramma della società della fibra dal 2023. Nei suoi confronti il pm Fabio Saponara ha sollecitato una pena di 6 anni. Dieci anni la condanna chiesta per Antonio Alfio Messina, 10 anni per Santo Finocchiaro, 9 anni e 8 mesi ciascuno per Antonino e Silvestro Zingale, 8 anni per Luca Bianco, 5 anni ciascuno per Salvatore Sicali, Salvatore Speciale, Alessandro Musumeci, 4 anni e 8 mesi per Alessandro Giuseppe Aloisio. Gli avvocati difensori di Lombardo, Maria Puglisi e Dario Riccioli, hanno già discusso e chiesto l’assoluzione del loro assistito. Secondo i legali nel processo non vi è «prova, non solo in ordine al coinvolgimento di Lombardo nell’assegnazione delle commesse, ma anche dall’avere agevolato le ditte concorrenti presuntivamente vicine al clan Pillera-Puntina».