La lettera
Una mamma racconta: "Mio figlio autistico e quelle botte al parco"
"Vorrei che un episodio doloroso possa trasformarsi in un'occasione di crescita per tutti: bambini, famiglie, educatori e società sportive"
Pubblichiamo per intero una lettera ricevuta in redazione; a scriverla è una donna catanese (di cui abbiamo verificato l’identità), che ci racconta un episodio (anch’esso verificato) avvenuto negli scorsi giorni.
Ciao bambini,
oggi vorrei raccontarvi una storia vera. Parla di un bambino di 7 anni che, come molti di voi, ama andare in bicicletta, ridere e stare con gli altri giocando all’aperto.
Domenica, durante una giornata di sport e di gioco, mentre si trovava nell’area giochi dopo la gara di mountain bike, ha avuto dei problemi con altri bambini che hanno scelto di essere aggressivi invece di parlare.
È un bambino molto sensibile: quando vede qualcuno triste si preoccupa, quando vede qualcosa di sbagliato cerca sempre di fare la cosa giusta invece di allontanarsi.
Così, senza pensarci due volte, ha provato a fermare tutto e tutti nell’unico modo che conosce, pronunciando una frase che tutti, grandi e piccini, dovremmo ricordare: «Le botte non si danno».
Purtroppo non è riuscito nel suo intento, ed ha ricevuto pedate sulla pancia e graffi sul viso.
Immaginate per un momento come possa essersi sentito.
Non solo per il dolore delle ferite, ma anche per la paura, la confusione e la tristezza di non capire perché qualcuno abbia deciso di fargli del male.
A lui non interessava sapere il perché, non interessava sapere chi avesse ragione, gli interessava solo che finisse quella sofferenza che stava percependo.
«Come mai non sono stato ascoltato?» - Avrà pensato!
Se avete ascoltato questa storia fin qui, avrete capito che è un bambino davvero speciale.
Molti anni fa mi hanno detto che questa unicità ha un nome, si chiama spettro autistico. Ma io non ho mai badato troppo a queste definizioni, per me significa semplicemente che a volte ha bisogno di più tempo per capire alcune situazioni, di spazi tranquilli e di persone che lo aiutino a sentirsi al sicuro. Ma, soprattutto, significa che ha un cuore grande e sincero.
Cari bambini, ognuno di voi porta dentro di sé emozioni che spesso non riesce a spiegare con le parole.
Quando un bambino viene colpito, non si ferisce soltanto il suo corpo: si ferisce anche il suo cuore. Per questo è importante ricordare che la vera forza non è fare paura agli altri. La vera forza è saper essere gentili. È aiutare chi è in difficoltà. È difendere chi è più fragile. È scegliere il dialogo invece della violenza.
Nello sport impariamo a correre, pedalare, allenarci a migliorare ogni giorno. Ma c'è una lezione ancora più importante: imparare il rispetto. Perché una medaglia, una coppa o una vittoria durano solo un momento.
La gentilezza e il rispetto, invece, resteranno nel cuore dei vostri amici per sempre.
Un pensiero va anche ai genitori.
I bambini imparano osservando gli adulti.
Imparano poco dalle nostre parole, molto di più dai nostri comportamenti e dal modo in cui affrontiamo i conflitti.
Quando un bambino pensa che la forza sia il modo giusto per ottenere ciò che vuole, spesso sta ripetendo modelli che ha visto o assorbito intorno a sé.
Per questo chiedo a tutti i genitori di aiutarci a costruire un ambiente in cui il rispetto venga prima della competizione e l'empatia prima della vittoria.
Ogni bambino può trovarsi, prima o poi, nella condizione di essere più fragile, più sensibile o semplicemente diverso dagli altri.
E ogni bambino merita di sentirsi accolto, protetto e rispettato.
Questa riflessione non nasce per cercare colpevoli o creare divisioni.
Nasce dal desiderio che un episodio doloroso possa trasformarsi in un'occasione di crescita per tutti: bambini, famiglie, educatori e società sportive.
Perché il traguardo più importante non è arrivare primi.
Il traguardo più importante è tornare a casa sapendo di aver trattato gli altri con rispetto, gentilezza e umanità.
Grazie per avermi ascoltata.
Una Mamma