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Il caso

Strage di Ferragosto a Lampedusa, tre libici rimessi in libertà: ammessa la revisione, nuovo processo a ottobre

La Corte d'appello di Messina avvia la revisione del processo dopo testimonianze che parlano di assenza di equipaggio e di un barcone sovraffollato con 49 vittime

24 Giugno 2026, 15:49

15:50

Sbarchi a Lampedusa

Sbarchi a Lampedusa

Nei giorni scorsi sono stati rimessi in libertà Tarek Al Amami, Mohannad Khashiba e Abdel Rahman Abdel Monsef, tre degli otto cittadini libici condannati per la cosiddetta strage di Ferragosto, avvenuta nel 2025 a circa 14 miglia da Lampedusa su un barcone carico di migranti, in cui persero la vita 49 persone.

La Corte d’appello di Messina ha accolto le istanze di revisione presentate dai loro difensori: il nuovo giudizio prenderà avvio a ottobre.

La decisione segue la scarcerazione di Alaa Faraj, uscito dal carcere il 19 maggio, già condannato a trenta anni come presunto scafista di quell’imbarcazione. Per Faraj, il 18 maggio scorso la Corte ha dichiarato ammissibile il processo di revisione.

L’avvocata Cinzia Pecoraro, che lo assiste, ha depositato anche per il quinto dei calciatori libici condannati, coinvolto nella medesima vicenda, la richiesta di sospensione dell’esecuzione della pena e l’istanza di revisione: l’esito è atteso a breve.

«È emerso chiaramente che su quella barca non vi era nessun equipaggio e quindi i condannati non avevano commesso nessun reato», afferma l’avvocata Pecoraro.

La domanda di revisione della sentenza che ha inflitto 30 anni a Faraj poggia soprattutto sulla testimonianza resa il 3 marzo scorso, nell’incidente probatorio richiesto dalla stessa legale, dal cosiddetto “capitano”, uno degli otto già condannati, che ha scagionato non solo Faraj ma anche gli altri sei.

«Sono innocenti», ha dichiarato, sostenendo che «su quel barcone non vi era alcun equipaggio» e che l’ultima fase prima della partenza fu gestita da due libici rimasti in Africa, i quali avrebbero stipato il natante oltre ogni limite con più di 350 persone, alcune decine delle quali costrette nella stiva, impossibilitate a muoversi e a respirare altro che i fumi del motore.