Mafia
I “pizzini” tra l'ex primario Burrafato e il boss Messina Denaro nei pozzi della campagna
Tornano sotto indagine i terreni del medico, i pozzetti per armi e lettere e i legami con i Guttadauro: la rete che ha sostenuto la latitanza di Matteo Messina Denaro e gli affari a San Marino
Il "ranch" dei Messina Denaro e a fianco i terreni di proprietà del medico Francesco Burrafato. In contrada Strasatto Paratore però tra le due proprietà i confini erano solo quelli segnati sulle carte catastali. Nella realtà non c’erano divisioni. Come non ci sono mai state nella vita dei proprietari. L’ex primario ospedaliero, oggi tornato sotto indagine per aver aiutato Matteo Messina Denaro nella latitanza, finanziandolo in ogni modo e maniera sostengono i pm di Palermo, era per i Messina Denaro uno di famiglia. Ma anche qualcosa di più. Burrafato compare di nozze di Filippo Guttadauro, ospite d'eccezione al matrimonio di Maria Guttadauro nella sontuosa Cappella Palatina, ricambiato da don Filippo che gli fece da padrino ai suoi due gemelli. Ma non solo. Quella sua proprietà di campagna era utile a boss e sodali, a un tiro di schioppo da “Dago”, così Matteo Messina Denaro nelle sue lettere alle sorelle Rosalia, Bice e Giovanna, indicava la casa di famiglia, costruita in mezzo all’agrumeto sotto il quale, un giorno, passeggiando, il padrino Ciccio Messina Denaro nel 1988 diede l'ordine di ammazzare Mauro Rostagno, il giornalista di Rtc che per Cosa nostra era diventato una «camurria».
La Squadra Mobile di Trapani sul finire degli anni '90 portò avanti l'indagine denominata “Progetto Belice”. Nelle pagine dell'inchiesta si legge del possesso di armi da parte della cosca. E dove erano nascoste? In alcuni pozzetti realizzati nel terreno di Burrafato. Nascondiglio ritenuto sicuro, fino a quando non si pentì l'ex gioielliere Francesco Geraci. Ieri come oggi gli investigatori andarono a scavare nei terreni del primario, Burrafato in quell’indagine non venne citato come semplice complice. Rosalia in un pizzino informò suo fratello Matteo di cosa era successo: «Andrea l’operaio, mi ha chiamata, (mi sono allontanata) dalla casa in campagna, e mi ha detto che Burrafato le ha detto a lui, che hanno scavato da lui, i pompieri, e gli sbirri, (della Dia) che cercavano i pozzetti». Le armi, un vero e proprio arsenale arrivato in Sicilia dalla Svizzera, non furono trovate, spostate appena in tempo. Ma quei pozzetti nel tempo sono serviti anche ad altro. Era lì che Matteo Messina Denaro, "Reparto" e sua sorella Rosalia, "Fragolone" nascondevano la loro corrispondenza. Il nome di Burrafato compare anche in altre informative. Lui secondo indagini, sempre firmate dal gruppo della “catturandi” della polizia, sarebbe stato incaricato ad interessarsi di investimenti nella Repubblica di San Marino. Emerge questo dai primi anni del 2000, il camice bianco sarebbe stato uno dei più fidati a tenere la cassaforte del latitante. E lo stesso boss quando fu interrogato dopo il suo arresto da parte dei carabinieri dei Ros, che misero fine alla sua trentennale latitanza, non ha nascosto di avere tesori nascosti, «mi avete sequestrato tanto, ma ho avuto altre risorse con le quali vivere, e certo oggi non vi vengo a dire a voi dove sono». Burrafato potrebbe essere quindi custode di alcuni di questi segreti.
Investimenti pianificati attraverso incontri con Filippo Guttadauro, dentro l'officina di Castelevetrano di Leonardo Ippolito, dove alla vigilia della sfida elettorale nazionale, i mafiosi si schieravano con Berlusconi, perché a vincere non fosse stato «quel babbu di Prodi...questo ci consuma a tutti». Vinse Prodi in quel 2006. Ma la mafia non fu consumata. Prodi restò in carica due anni, finì tradito dai suoi alleati.
Tra un discorso e l'altro con Guttadauro, in quel 2005, sarebbe stata pianificata una transazione a San Marino. Burrafato con un narcotrafficante, Gianfranco Di Maio, si scambiava messaggi dove si parlava di «allevamento di tartarughe», qualche giorno dopo l’accordo, «possiamo partire domenica alle 15». San Marino all'epoca era la fortezza economica più sicura che c'era senza bisogno di arrivare in Svizzera. Burrafato non è il classico insospettabile. Ha fatto carriera nella sanità pubblica nonostante essere finito ai domiciliari e non una sola volta per appalti truccati, violenza, minacce, furto, nel '92 gli fu inibito l'ingresso negli uffici della Usl 4, indagato da polizia e finanza, contro di lui l'ipotesi di avere gestito fondi destinati all'ospedale di Castelvetrano d'accordo con Guttadauro. Intoccabile concluse la sua carriera da primario. E si racconta che salutò tutti con una gran festa. Lasciò il camice bianco, ma pare non la «coppola».