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verso il pride 2026

Odio silenzioso: la violenza online contro le donne lesbiche

Dalle minacce agli insulti: servono testimonial positive e piani educativi per contrastare il fenomeno

26 Giugno 2026, 09:00

Odio silenzioso: la violenza online contro le donne lesbiche

Uno dei temi affrontati al “Village” del Pride 2026 è la discriminazione e la violenza contro l’omosessualità femminile affrontata nell’ambito della tavola rotonda “Sì, la parola è lesbica”. A discuterne, con Vera Navarria di Arcigay e Lucia Vaccarino di Open Catania, è la sociologa Maria Fobert Veutro dell’università Kore alla luce della sua ricerca dal titolo “Violenza in rete contro le donne lesbiche. Un’indagine esplorativa su Facebook in Italia” dalla quale emerge innanzitutto la scarsa visibilità di questo fenomeno sui media e nella letteratura scientifica.

Un occultamento che risale ai tempi dell’antica Grecia quando alla pederastia veniva attribuito un ruolo educativo socialmente riconosciuto e apprezzato, mentre le relazioni saffiche, cui non era attribuita alcuna funzione, erano occultate. Ad affrontare per prima il fenomeno, a fine Ottocento, è la medicina che considerava il lesbismo una perversione sessuale e distingueva tra “prostituta tribade” - la donna lesbica era considerata delinquente o malata mentale - e “fiamma”, cioè un fenomeno adolescenziale transitorio possibile tra le ragazze che vivevano in collegio. Addirittura fino a metà del Novecento non esisteva neppure l’idea di un’identità collettiva delle donne lesbiche.

Recenti studi sociologici nordamericani rilevano che esiste un occultamento della vittimizzazione lesbica, cioè gli atti ostili contro i gay sono più visibili rispetto a quelli contro le lesbiche, e che la violenza contro i maschi omosessuali è più estrema mentre quella contro le lesbiche dura tutta la vita, così come quella contro le donne eterosessuali. Dalla ricerca della professoressa Fobert Veutro emerge che sono molte le donne ostili al lesbismo, ma meno degli uomini, dunque le donne sono meno omofobe. Dall’analisi dei messaggi su Facebook appare chiaro che le donne omosessuali rappresentano una grande minaccia per gli uomini dalla maschilità egemone - cioè eterosessuale, virile, dura, protettiva - al punto da spingere la loro aggressività fino a forme di genocidio. “Dovreste bruciare tutte”. “Dovreste finire nei forni crematori”. “Per voi ci vorrebbe Mussolini”. E non manca “Dovrebbero stuprarvi tutte”, ennesima conferma che lo stupro è una forma di punizione e non espressione di desiderio. «Mentre l’omosessualità maschile minaccia la dominanza dell’uomo sulla donna, quella femminile la scardina del tutto perché le donne lesbiche non dipendono né affettivamente, né sessualmente, né economicamente da un uomo e potrebbero non subirne il dominio». Non a caso su Facebook c’è chi scrive “Noi donne sopravviviamo e procreiamo anche senza i vostri genitali”.

Dalla ricerca emerge anche che gli omofobi definiscono le relazioni lesbiche come non credibili e non plausibili, come una scelta ideologica da cui si può tornare indietro, come una malattia che si può curare. Anche l’interrogarsi su chi tra le due donne fa l’uomo durante il rapporto sessuale è un modo di ricondurre ogni relazione a quella eterosessuale “normalizzando” ogni altra forma. Questa persistente negazione del desiderio erotico tra donne, reputato come non pensabile, è difficile da contrastare. Nella decostruzione dello stigma, allora, bisogna avviare un processo di legittimazione della libertà di orientamento sessuale e di relazione tra donne.

Nel breve periodo - è la proposta di Maria Fobert Veutro - si potrebbero incrementare il numero di donne lesbiche presentate come testimonial per diffondere immagini positive e serene. Nel lungo periodo occorre elaborare e attuare piani educativi nella socializzazione primaria, nei mass media, e nei corsi per gli uomini maltrattanti.