Il "falso complotto" Eni alla stretta finale: chieste condanne per Amara e Armanna
Per la Procura di Milano è stato «il più feroce attentato alla vita giudiziaria ed economica del Paese». Assoluzioni richieste per gli ex vertici Mantovani e Vella
Requisitoria durissima della Procura di Milano sul cosiddetto “falso complotto Eni”, con richieste di pena elevate e toni severi nei confronti degli imputati. Secondo i pubblici ministeri Cristian Barilli e Giovanni Polizzi, si è di fronte a “uno dei più feroci attentati allo svolgimento della vita giudiziaria ed economica del nostro Paese”, un progetto criminale che avrebbe causato il “turbamento del regolare funzionamento” del maggiore gruppo industriale italiano.
Al termine di un’indagine durata nove anni — in cui si è innestato anche il filone sulla presunta Loggia Ungheria, con ripercussioni interne alla stessa magistratura milanese — l’accusa ha sollecitato 6 anni e 4 mesi di reclusione per Piero Amara, già legale esterno del colosso energetico, e per l’ex manager Vincenzo Armanna. Per entrambi le ipotesi di reato sono associazione per delinquere e calunnia ai danni dell’amministratore delegato Claudio Descalzi e dell’ex direttore del personale Claudio Granata, che insieme a Eni si sono costituiti parti civili.
Chiesti inoltre 4 anni di carcere per l’avvocato Michele Bianco, ex membro dell’ufficio legale interno, anch’egli imputato per associazione per delinquere, e 3 anni per l’imprenditore Francesco Mazzagatti, accusato di autoriciclaggio. Per gli altri imputati i pm hanno domandato l’assoluzione con formula piena, oppure il non doversi procedere per prescrizione. Tra le posizioni per cui è stata richiesta l’assoluzione figurano l’ex responsabile dell’ufficio legale Massimo Mantovani e l’ex numero due di Eni, Antonio Vella.
In aula il pm Barilli ha ricostruito un sodalizio criminale attivo almeno dall’inizio del 2015 fino alla primavera del 2019. Il suo scopo principale sarebbe stato “inquinare il regolare sviluppo dei processi Eni Algeria ed Eni Nigeria” attraverso una sistematica delegittimazione dei testimoni chiave, con l’intento di arrecare pregiudizio a due consiglieri. Finalità ultime del gruppo, secondo l’accusa, sarebbero state tuttavia strettamente connesse agli interessi personali dei partecipi: consolidare il ruolo di Amara presso i vertici legali della società, agevolare l’ascesa interna di Bianco — che mirava alla direzione — e procurare un indebito arricchimento ad Armanna.
Barilli ha definito la vicenda un vero “gioco al massacro di persone che rivestono alti ruoli di responsabilità”, denunciando lo sfruttamento, la corruzione e persino il “dileggio di tre uffici giudiziari piegati ad interessi individuali”. La gravità dei fatti contestati ha spinto l’Avvocatura dello Stato, rappresentata da Gabriella Vanadia per conto del Ministero della Giustizia e della Presidenza del Consiglio, a chiedere un risarcimento di 10 milioni di euro. Il dibattimento è stato aggiornato: nuova udienza il 9 luglio.