Cultura
Jan Brokken, l’olandese viaggiante: l’omaggio di Palermo a un mito della letteratura
Lo scrittore ha presentato il suo ultimo libro: «Anche questa città è il mio altrove»
«Volevo visitare la Sicilia sin da quando ero giovane. La mia fidanzata dell’epoca desiderava vedere Siracusa e siamo partiti, senza soldi, percorrendo tutta la penisola a bordo della sua Citroën. Appena superata Napoli, però, ci siamo fermati: come diceva Napoleone, “L’Italia è troppo lunga”. Ma decenni dopo, con una carriera da scrittore di culto alle spalle e diversi premi internazionali, Jan Brokken è finalmente riuscito ad approdare a Palermo, dove ha tenuto una presentazione del libro a piazzetta Bagnasco, organizzata dalla libreria Modusvivendi. Considerato uno dei maggiori autori europei contemporanei, Brokken ha presentato il suo nuovo romanzo, “La malinconia del viaggiatore”, edito da Iperborea. Una raccolta di quattordici racconti ispirati ai suoi viaggi sulle orme di grandi artisti europei del passato, da Machado a Kafka, da Béla Bartók a Goethe, le cui esperienze vengono riportate con eleganza e incanto. E con una cultura costruita in giovinezza, quando, affetto da una malattia allergica che gli aveva temporaneamente compromesso la vista, è stato intrattenuto dalla madre russa con la lettura dei principali classici di quella letteratura.
Da quali esperienze nasce il suo ultimo libro?
«Ci ho lavorato diversi anni: ci sono storie iniziate addirittura quarant'anni fa. Ad esempio, c’è un racconto su New York che risale al 1980, anche se l’ho scritto molto più tardi. Parla di un poeta di nome Donald. Un’altra storia risale alla mia giovinezza, quando avevo 19 anni ed ero uno studente della scuola di giornalismo di Utrecht. Un mio amico viveva in una casa totalmente modernista, progettata dall'architetto olandese Gerrit Rietveld. Noi ragazzi ci sedevamo su quella stessa sedia rossa che oggi è esposta al MoMA di New York. Il libro unisce quindi storie che appartengono a periodi diversi della mia vita».
Partire è un po’ morire. Per lei, invece, viaggiare è anche un modo per rinascere altrove, nella sua esperienza.
«Sì, assolutamente. Spesso cerco storie di persone note, ma focalizzandomi su episodi dimenticati o poco conosciuti della loro vita. Il viaggio è una sorta di vita condensata. Domani, ad esempio, lascerò la Sicilia dopo una settimana passata a girare in vari posti, e per me è ogni volta uno strappo doloroso. Ci si ambienta, si fanno amici, e poi bisogna partire. Si sa che il viaggio deve finire, così come sappiamo che la vita ha una fine».
C’è qualcosa che accomuna i protagonisti del libro?
«Mi rendo conto di aver scritto spesso su persone per le quali il viaggio non è un piacere, ma una fuga. Pensiamo a Bartók, che dovette fuggire a lungo insieme alla moglie perché lei era ebrea, o a Machado, in fuga dalla Spagna franchista. Kafka, invece, usava il viaggio per sfuggire al matrimonio e alle responsabilità familiari. Detestava il treno perché lo portava verso le nozze con la sua prima fidanzata, Felice. Preferiva il viaggio come deviazione, come modo per perdersi e non subire legami. Ogni viaggio in effetti ha in sé una componente di fuga: si fugge da ciò che si conosce, a volte anche da situazioni familiari troppo pesanti. Io stesso ho avuto una giovinezza non molto felice in Olanda, in un villaggio calvinista molto rigido. Mio padre era un pastore con i traumi della guerra. Volevo assolutamente andarmene da lì».
E adesso è a Palermo.
«Ho visitato il palazzo della famiglia Tomasi di Lampedusa, l’autore del “Gattopardo”, che per me è il grande romanzo siciliano, italiano ed europeo. Rappresenta un’epoca che svanisce, una grandezza che decade. Sono rimasto molto colpito nel vedere questa decadenza e nel pensare a come questa aristocrazia terriera abbia perso tutto, lasciando solo questi palazzi. In Sicilia questo contrasto tra ricchezza e povertà è ancora più visibile e pronunciato. È qualcosa di profondamente emozionante».