Mostra a Palermo
Il Maxiprocesso tutto a memoria: le carte che cambiarono la storia
A Palazzo di giustizia trenta foto sui fascicoli più scottanti e un’installazione con gli atti
«Perché i musei non parlano di mafia?». È la domanda da cui ha preso avvio “MAXIPROCESSO”, il progetto del Museo Civico di Castelbuono, curato da Laura Barreca e Giovanna Fiume, presentato nel Palazzo di giustizia. Una provocazione culturale prima ancora che artistica perché, come spiega Barreca, «i musei non possono limitarsi a conservare il patrimonio: devono contribuire alla costruzione di una coscienza civile». In Sicilia, dove la memoria della mafia e dell’antimafia continua a segnare il presente, questa responsabilità assume un significato ancora più profondo.
L’opera nasce dall’acquisizione di trenta fotografie di Maria Domenica Rapicavoli, selezionate da una serie di 360 immagini dedicate ai faldoni del Maxiprocesso custoditi nel Centro di documentazione di Corleone. Commissionato dal Museo Civico di Castelbuono e finanziato attraverso il bando “Strategia Fotografia 2025” della Direzione generale Creatività contemporanea del Ministero della Cultura, il progetto è concepito per viaggiare tra musei, tribunali e altri luoghi della memoria.
L’artista, da anni impegnata in una ricerca sui sistemi di potere, ha fotografato i faldoni come fossero ritratti. Con la stessa tecnica riservata alle persone, quei volumi diventano presenze silenziose che raccontano l’immenso lavoro istruttorio del pool antimafia coordinato da Giovanni Falcone.
«Non volevamo semplicemente appendere delle fotografie alle pareti», ha spiegato Barreca. Per questo il museo ha coinvolto lo studio di architettura Supervoid, autore di un’installazione modulare destinata a cambiare configurazione nei diversi spazi espositivi. Attorno all’opera prende forma un progetto più ampio che comprende incontri pubblici, attività con le scuole, podcast, interviste ai protagonisti di quella stagione, una campagna digitale e un volume con l’intera serie fotografica.
Se l’arte offre uno sguardo nuovo sul Maxiprocesso, il presidente della Corte d’Appello di Palermo, Antonio Balsamo, ne ha richiamato il valore storico. «Il Maxiprocesso non ha trasformato soltanto la conoscenza giudiziaria della mafia. Ha cambiato la coscienza civile del Paese». Prima di allora Cosa nostra appariva ancora intrecciata ai principali centri del potere economico e politico; dopo quel processo fu definitivamente riconosciuta come una minaccia ai principi della democrazia.
Per Balsamo l’installazione rappresenta «un ponte tra generazioni», capace di trasmettere ai giovani una memoria che appartiene all’intera comunità nazionale.
Tra i ricordi evocati dal presidente, anche uno degli episodi simbolo del Maxiprocesso. L’11 novembre 1987 Michele Greco, il “Papa” di Cosa nostra, augurò al presidente della Corte Alfonso Giordano una «pace» destinata ad accompagnarlo «per il resto della vita», parole interpretate come una velata intimidazione. Giordano rispose con serenità, ringraziando e ricambiando l’augurio. «In quella risposta convivevano il massimo coraggio e la massima serenità», ha ricordato Balsamo.
Guardando al presente, il presidente ha annunciato la volontà di aprire sempre più il Palazzo di giustizia alla città. In collaborazione con l’Associazione Nazionale Magistrati, l’Ordine degli Avvocati e altre istituzioni saranno promosse iniziative rivolte soprattutto ai giovani, perché il tribunale diventi «la casa comune dei cittadini» e continui ad alimentare quel «movimento culturale e morale» evocato da Paolo Borsellino e quel «fresco profumo della libertà» che resta il più autentico antidoto alla cultura mafiosa.
Nel suo intervento, il sottosegretario alla Cultura Giampiero Cannella ha definito l’installazione «un’opera d’arte contemporanea capace di riattivare la memoria del Maxiprocesso», ricordando come quel procedimento abbia rappresentato uno «spartiacque nella storia di Palermo».