Il caso
«Quelli di Nova Entra non erano canili lager». La sentenza a Catania
Arriva l’assoluzione con formula piena per il direttore sanitario della struttura Bongiorno: «Un calvario durato dodici anni». Il legale: «Da anni subiamo minacce di morte. Persino io, colpevole di avere assunto questa difesa»
Le strutture “Nova Entra” di San Giovanni Galermo e Adrano non erano canili lager e il direttore sanitario, Mario Bongiorno, è stato assolto con formula piena perché il fatto non sussiste: si tratta della sentenza, le cui motivazioni verranno depositate entro fine estate, che ha chiuso una vera e propria odissea giudiziaria durata 12 anni, passata dal Tribunale del Riesame al Tribunale ordinario attraverso un' imputazione coatta a seguito di una richiesta di archiviazione della Procura.
Anni, e causa, caratterizzati da una spietata pressione mediatica, alimentata dalle stesse associazioni animaliste che il “caso” lo avevano sollevato nel 2014 con una denuncia, pur non venendo mai (paradossalmente) riconosciute come testi di accusa nel dibattimento. «Forse perché giudicate poco attendibili?» si chiede l'avvocato Salvo Cannata, difensore di Bongiorno insieme a Carlo Failla.
Tra le più ferventi accusatrici nel “caso Nova Entra”, che aveva visto imputati oltre a Bongiorno anche due veterinari dell'Asp e due funzionari del Comune, c'è l'associazione “L'Altra Zampa”, con l'avvocato Tania Cipolla, nominata di recente “esperta per il randagismo” al Comune di Catania.
«Il mio assistito - afferma Cannata - è molto provato da tutta la vicenda. Il giorno della sentenza ha pianto e chi lo conosce sa bene quanto sia difficile che ciò accada. È la fine di una storia che ha comportato dispendio economico, ma soprattutto una forte pressione psicologica su un professionista riconosciuto per competenza e disponibilità. Solo grazie alla sua integrità è riuscito a resistere e insistere a voler vedere riconosciuta la propria innocenza, rifiutando pure la prescrizione. Nessuno potrà mai restituire al dottor Bongiorno la serenità perduta in questi 12 anni, non sono mancate nemmeno minacce di morte rivolte a lui e alla sua famiglia, perfino a me solo per il fatto che avessi scelto di difenderlo; minacce arrivate da una precisa fetta del mondo del cosiddetto volontariato, parliamo di persone pronte a scendere in piazza per un cane ammazzato, ma non certo per un femminicidio o per il genocidio che si è consumato a Gaza».
«Noi siamo da sempre convinti che il processo non dovesse nemmeno iniziare - ha aggiunto - E questo il pm Fabio Regolo l'ha sottolineato nella sua discussione finale chiedendo l'assoluzione perché il fatto non sussiste, dicendo chiaramente “nel dibattimento nulla è cambiato rispetto a quello che c'era al tribunale del Riesame”. Ora aspettiamo di leggere le motivazioni della sentenza, di certo già nel 2014 lo Stato si sarebbe potuto evitare le spese per l'attività giudiziaria di un processo inutile. Noi chiederemo quantomeno il rimborso delle spese legali che Bongiorno ha dovuto affrontare. A mio avviso il caso “farà scuola” perché deve insegnare davvero a tutti, perfino alla Procura, che i processi si fanno nelle aule di giustizia e non sui giornali: senza il clamore mediatico probabilmente questo caso sarebbe stato archiviato subito».
