Aggiungi La Sicilia come fonte preferita English Version Translated by Ai
29 giugno 2026 - Aggiornato alle 11:09
Aggiungi La Sicilia come fonte preferita su Google
×

In città il 10 luglio

A Palermo la console è di Eva Poles DJ, la signora Prozac+

La voce simbolo del gruppo pordenonese anni '90 e la sua nuova vita da... ballo

29 Giugno 2026, 09:03

09:10

A Palermo la console è di Eva Poles DJ, la signora Prozac+

Eva Poles (foto di Elisa Moro)

Eva Poles è la regina indiscussa dell’underground italiano. Alla ribalta come cantante dei Prozac+, è stata la voce generazionale del disagio giovanile: brani come “Pastiglie”, “Acida” e “Angelo” sono diventati inni punk sul malessere, il sentirsi fuori posto. Dopo lo scioglimento della band di Pordenone nel 2007 e dopo aver collaborato con il supergruppo dei Rezophonic, oggi Eva è una dj di successo. E nel suo tour estivo non poteva mancare Palermo, con un’esibizione al Roxanne di via Paternostro venerdì 10 luglio. A più di vent’anni dall’ultima sua esibizione in città con i Prozac+, nel 2004. «Per me è una città fantastica - racconta - così come tutta la Sicilia. Mio nonno era siciliano, dico sempre di avere tre quarti di sangue friulano e un quarto isolano. Vorrei esplorarla a fondo per riscoprire le mie origini».

Come nasce l’esperienza da DJ?

«Ha radici lontane. La prima volta è stata al Rolling Stone di Milano, intorno al 2007. Ho partecipato come pura selector, poi l’ho fatto da sola al Toilet, sempre a Milano, un locale LGBTQ+ friendly divertente e creativo. Costruire una scaletta significa creare emozioni, devi capire se quello che hai immaginato a casa funziona o se devi cambiare direzione guardando il pubblico. C’è un vero e proprio lavoro psicologico dietro. Io spazio dagli anni ’50 alla bubblegum music, passando per la new wave e la musica dark, fino al punk e all’hardcore».

Tornando ai Prozac+: ricorre il trentesimo anniversario di “Testa plastica”, album di esordio.

«Ho ricordi bellissimi di quel periodo: viaggi continui, serate, grande creatività e musica onnipresente. Tanta fatica fisica ma le emozioni erano enormi. Il pubblico del Sud si dimostrava sempre il più caldo ed entusiasta, ma anche molto preparato».

Quali canzoni rimangono attuali?

«Il tipo di malessere che esprimevamo è insito nell’essere umano a prescindere dal periodo storico, anche se le condizioni socio-economiche possono enfatizzarlo. Temo che oggi i ragazzi abbiano ben poche prospettive e abbiano quindi bisogno di attingere alle loro capacità di immaginare il futuro per avere speranza. Volevamo fare questo: cercare il benessere personale attraverso vie inconsuete e un linguaggio anticonvenzionale. Molti ragazzi giovani mi dicono: “Cazzo, quella canzone sembra scritta per me”, e persone della mia età mi ringraziano perché siamo stati la colonna sonora della loro adolescenza. Siamo stati la voce di un modo di sentire la vita che non trovava spazio nel mainstream. Una nostalgia agrodolce, ma accompagnata da un sorriso».

La scena musicale italiana oggi?

«Non sono molto attratta da quello che sento in giro. La tendenza va verso generi che sembrano uno scimmiottamento della cultura americana, come la trap o il nuovo hip hop. Da donna, mi irrita profondamente vedere che molte ragazze apprezzino testi in cui vengono definite “puttane”. Negli anni ’90 sentivo che c’era una crescita emotiva e culturale verso la parità, ma se queste sono le istanze di oggi, mi metto le mani nei capelli».

Progetti futuri?

«Due date con i Rezophonic. Un piacere, in quel progetto vengono proposte istanze sane, sempre nel mondo rock. La mia musica? mi godo il viaggio: c’è voglia di creare, ma preferisco che parlino i fatti».