Le indagini
Gli spari, la fuga, la latitanza e le telefonate col detenuto: arrestati i pistoleri di piazza Montana NOMI
Lo scontro armato fra i due gruppi dei Cappello. Cinque persone in carcere e uno (un favoreggiatore) ai domiciliari.
«È latitante Eddy?». Parlava così il 13 giugno scorso Pietro Gagliano il "puffo" dal carcere. Dall'altra parte della cornetta la madre. Il giovane boss detenuto, affiliato assieme a Sebastiano Miano "piripicchio" alla corrente dei Cappello che fa capo a Giovanni Crisafulli "u turcu", stava cercando di avere informazioni su Eduard Sparti e sugli altri componenti del gruppo di fuoco - tra cui i fratelli Gabriele e Simone - che avevano ferito tre minorenni in piazza Beppe Montana appena due giorni prima. Le telefonate dalla cella sono diventate il filo di Arianna che ha permesso agli investigatori della squadra mobile di Catania di assicurare alla giustizia i cinque pistoleri che mancavano all'appello. E su cui pendeva un decreto di fermo spiccato dal pm Angelo Brugaletta, che sta coordinando la delicata inchiesta sulla sparatoria avvenuta a Trappeto Nord. Uno scontro armato che ha visto protagonisti le giovani leve del gruppo di Gagliano e Miano e le teste calde che fanno riferimento al narcotrafficante di via Capo Passero, Andrea Calabretta.
Sono sei in totale gli indagati finiti in manette. Cinque, i fratelli Simone e Gabriele Gagliano, Eddy Sparti, Orazio Nicolosi e Giuseppe Salici, sono accusati di tentato omicidio e detenzione di armi. A un altro, Sergio Giuffrida, è invece contestato il favoreggiamento: avrebbe dato supporto logistico (e non solo) ai cinque fuggitivi durante la breve latitanza. Simone Gagliano è stato arrestato a casa della sua ragazza a San Cristoforo: sul comodino accanto al letto dove stava riposando gli investigatori hanno trovato una pistola calibro 6,35 che sarebbe stato usata durante la sparatoria. Giuffrida, invece, è stato acciuffato in strada.
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La gip Marina Rizza, dopo l'udienza di convalida, ha emesso l'ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Gagliano, mentre Giuffrida - indicato come il factotum - è stato messo ai domiciliari.
Gli altri quattro sono stati arrestati in un hotel a Floridia, nel Siracusano. E il gip aretuseo, dichiarandosi incompetente per territorio, ha convalidato i quattro fermi e ha lasciato Sparti, Gabriele Gagliano, Nicolosi e Salici dietro le sbarre. Ma Floridia è stata solo la tappa finale del tentativo di sfuggire alla cattura. Dai ponti radio impegnati dai cellulari, gli investigatori hanno potuto seguire quasi in diretta gli spostamenti dei ricercati. La notte della sparatoria, quando i carabinieri hanno catturato Pasquale Licandro dopo un rocambolesco inseguimento a Gravina di Catania, i cinque del commando sono scappati alla volta di Adrano, da dove poi si sono spostati verso Siracusa: Gabriele Gagliano è stato intercettato ordinare «cinque panini e altre bevande». Il terzo covo è invece a Giardini Naxos, nel Messinese. Qui addirittura il gruppetto viene raggiunto dalle compagne. E Giuffrida, compulsato dagli indagati, diventa una sorta di fattorino tuttofare: porta sigarette e assicura inoltre che gli affari della piazza di spaccio («vai dal meccanico», «vai in ufficio») di via Vico delle Vigne vadano avanti.
Venerdì scorso i poliziotti hanno fatto irruzione nella struttura alberghiera di Floridia dove hanno catturato i quattro pistoleri. Che fra il 12 e il 25 giugno hanno continuamente parlato al telefono con il detenuto Gagliano e con i parenti. A un certo punto avrebbero anche chiesto di poter avere alcuni «abiti firmati» facendo infuriare il boss Gagliano, che li avrebbe rimproverati a dovere: «Vi dovete mettere le tute, no i completi». Poi il cappelloto discute con Sparti dello scontro con l'altra fazione: «Gli dovete mandare un'ambasciata: voi che volete fare, litigare o no?», è il suggerimento del detenuto.
Il conflitto armato, da quello che è messo nero su bianco nelle carte della Dda di Catania, è scaturito dalle fibrillazioni fra il gruppo mafioso dei Miano-Gagliano e quello di Calabretta. Una ricostruizione facilitata anche dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Sam Privitera, ex reggente dei Nizza di Librino, e Giovanni Sozzi, proveniente dai Cappello.
La notte dell'11 giugno scorso sono partiti in sei - tra cui Licandro e Sparti che erano ai domiciliari e hanno rotto il braccialetto elettronico - per sparare in piazza Beppe Montana.

Il convoglio di tre scooter è arrivato da via Galermo: pochi istanti prima un giovane aveva avvertito i ragazzi presenti nello slargo vicino al chiosco dell'imminente arrivo del commando armato. Tre minorenni sono rimasti feriti, colpiti dalle pallottole. Uno è ancora grave al Cannizzaro. Uno dei feriti ha risposto al fuoco ed è stato arrestato appena è stato dimesso dal Policlinico. Un altro, Giuseppe Ponzo, ha sparato nascondendosi dietro il bar. Anche lui è in carcere con l'accusa di tentato omicidio: i poliziotti lo hanno preso qualche giorno dopo in via Capo Passero. Vicino a dove, diversi anni fa, hanno ammazzato il padre, Alessandro Ponzo.



