L'intercettazione
La guerra nei Cappello, il "puffo": «Pigliate il fratello di quello che mi ha fatto arrestare»
Per risolvere le tensioni con il gruppo rivale Pietro Gagliano, dal carcere, ordina ai fratelli e ai sodali di fare un sequestro di persona
La guerra fra le due fazioni del clan Cappello poteva davvero acuirsi. La pressione esercitata dagli investigatori, che in meno di due settimane hanno mandato in gattabuia otto persone, ha permesso di evitare di far scoppiare una faida mafiosa. Uno degli indagati arrestati, Eddy Sparti - già coinvolto e condannato in primo grado nel processo Malerba - durante la latitanza in giro per la Sicilia Orientale discuteva «della possibilità di litigare ancora con la fazione rivale - annota la gip di Siracusa nell'ordinanza - aspettando l'autorizzazione del referente Giovanni Crisafulli "u tuccu"».
Ma è stato Pietro Gagliano "il puffo" - al momento detenuto ma a quanto pare con un telefonino a disposizione - a dare una precisa indicazione su come agire nei confronti del gruppo avversario dei Calabretta. E ne parlava apertamente sia con Eddy Sparti, che con i fratelli Simone e Gabriele Gagliano. Seppur in momenti diversi. Alcuni tratti più interessanti delle conversazioni sono nell'ordinanza della gip di Catania. «Dobbiamo capire questi cosa vogliono fare, non potete stare...», diceva Pietro Gagliano. E Sparti seguiva la scia: «Bravo, bravo. Dobbiamo sapere vita perché litigare con qualcuno... si vogliono litigare perché già chi si è rotto il braccialetto, chi si è rotto gli arresti. Il fratello di quello, hai capito?». E qui arriva l'ordine: «Ve la posso dire una cosa, pigliate al fratello di quello quello che a me mi hanno fatto arrestare per lui». Ma Gabriele Gagliano cercava di far capire al fratello Pietro che ci sono diversi problemi: ormai è impossibile prenderlo. ormai sta là è impossibile, se n'è andato là perché lui gli ha dato la casa... il figlioccio di quello gli ha dato la casa là, a San Giovanni». Ma Pietro "il puffo" Gagliano è stato irremovibile: «Niente è impossibile, intanto dovete vedere se sta lavorando». Va precisato, che "lavorare" nel gergo mafioso molte volte è assimilabile all'attività illecita dello spaccio. La giudice di Siracusa aggiunge un particolare: nel delineare la possibilità di fare un sequestro di una persona emergono anche i dettagli operativi (parrucche, paletta, auto di copertura, modalità di prelievo). La modalità sarebbe stata quella di fingere un controllo di polizia.
Con il fratello Simone, Pietro discuteva invece delle modalità diplomatiche per chiudere una volta per tutte le tensioni con i Calabretta. «Ci devi mettere pressione». E gli consigliava di parlare «non con un bambino» ma con «una persona grande» che avrebbe dovuto garantire «per questi». Un referente che qualunque cosa fosse accaduta avrebbe dovuto rispondere in prima persona. Pietro Gagliano pareva un vecchio mafioso quando suggeriva al fratello cosa dire: «Io prendo a te qualunque cosa, a me mi cade un capello io vengo a prendere a te anche tra tre giorni, tra una settimana un mese io vengo a prendere a te. Qualunque cosa mi succede io vengo sempre da te: che vuoi fare? Vuoi sistemare o ni rumpemu i conna?». Alla fine ci ha pensato la Dda a risolvere la questione. Come? Spedendo tutti in carcere.
