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LA STRAGE ALTAVILLA MILICIA

Il fanatismo religioso, la setta, il rito del male: il lento cammino verso l'ergastolo di un muratore e di una “coppia diabolica”

La ricostruzione a un giorno dalla condanna: tre vite spezzate per una folle convinzione

03 Luglio 2026, 08:24

08:30

Il fanatismo religioso, la setta,  il rito del male: il lento cammino verso l'ergastolo di un muratore e di una “coppia diabolica”

C'è una telefonata, negli atti del processo di Palermo, che da sola racconta l'abisso in cui erano precipitati Giovanni Barreca e i suoi complici. «Mi chiamo Giovanni Barreca. Ho ucciso tutta la mia famiglia, venite a prendermi». Poche parole, pronunciate con la stessa freddezza con cui poi il muratore 56enne avrebbe atteso i carabinieri davanti alla sua villetta di Altavilla Milicia. Da quella chiamata è partita la ricostruzione di uno dei delitti più efferati degli ultimi anni in Sicilia, conclusa ieri con la condanna all'ergastolo per lo stesso Barreca e per i suoi due complici, Sabrina Fina e Massimo Carandente. Ma per capire come si sia arrivati alla strage di Antonella Salamone e dei suoi due figli, Kevin ed Emanuel, bisogna tornare indietro, ai mesi che hanno preceduto la tragedia.

Tutto nasce in una chiesa evangelica, dove Barreca - muratore, fanatico religioso, ossessionato dalla figura del demonio - inizia a frequentare gli ambienti della comunità per poi allontanarsene bruscamente. È lì che incontra Fina e Carandente, con cui costruisce una convinzione delirante e condivisa: la moglie Antonella e il figlio più piccolo, Emanuel, sarebbero posseduti dal diavolo. Da quella convinzione nasce un rito di "liberazione" che si trasforma, giorno dopo giorno, in una sequenza di torture.

Per giorni, nella villetta di Altavilla Milicia, paese costiero a 30 chilometri da Palermo, i tre si chiudono in casa alternando preghiere e violenze. A raccontare nel dettaglio quell'orrore è stata Miriam, terzogenita della famiglia, all'epoca diciassettenne, unica sopravvissuta al massacro. È la sua testimonianza, poi riscontrata dai periti dell'istituto di medicina legale del Policlinico di Palermo, a ricostruire la sequenza degli eventi: la madre uccisa per prima, il 9 febbraio, dopo un'intera giornata di sevizie; poi Emanuel, appena 5 anni; infine Kevin, 16 anni. Entrambi i ragazzini sarebbero stati strangolati con delle catene.

Quando i carabinieri, allertati dalla telefonata di Barreca, arrivano nella villetta, trovano una scena che gli stessi investigatori hanno definito raccapricciante: i corpi dei due fratelli a terra, e Miriam seduta sul letto, sotto choc. Il corpo di Antonella Salamone viene ritrovato solo ore più tardi, carbonizzato e sepolto sotto un cumulo di terra a poca distanza dalla casa: secondo il racconto della figlia, gli aguzzini avrebbero voluto farla cremare dopo la morte, forse per far perdere le tracce di quanto commesso.

Il processo, davanti alla corte d'assise di Palermo, si è concluso con la condanna all'ergastolo per Barreca, Fina e Carandente, tutti giudicati colpevoli di strage. Per il muratore la procura aveva chiesto una pena più lieve, 30 anni, ritenendolo semi-infermo di mente al momento dei fatti: richiesta non accolta dalla corte. Diverso il percorso giudiziario di Miriam, processata separatamente davanti al tribunale dei minori per la sua partecipazione ai delitti: condannata in primo grado a 12 anni e 8 mesi, è stata assolta in appello perché dichiarata incapace di intendere e di volere al momento dei fatti.

Resta, di quella vicenda, l'interrogativo che il processo non è riuscito a sciogliere fino in fondo: come un' ossessione religiosa nata in una comunità di fede si sia trasformata, nel giro di pochi mesi, in un rito di morte capace di travolgere un'intera famiglia.