Aggiungi La Sicilia come fonte preferita English Version Translated by Ai
4 luglio 2026 - Aggiornato alle 12:47
Aggiungi La Sicilia come fonte preferita su Google
×

La storica visita

L'atto d'accusa e la cura: papa Leone e l'urgenza di nuove politiche condivise per l'Europa

Si è chiuso il pellegrinaggio sull'isola: dalle parole durissime contro la corruzione ai silenzi carichi di preghiera davanti al mare sferzato dal vento

04 Luglio 2026, 12:47

12:48

L'atto d'accusa e la cura: papa Leone e l'urgenza di nuove politiche condivise per l'Europa

Una visita breve ma intensissima con momenti profondissimi ed emozionanti e qualche altro momento un po' comico, come quando il vento ha strappato via la papalina. 

La giornata di Papa Leone a Lampedusa è stata una scossa alle coscienze, un grido che si è levato dal campo sportivo dove ha celebrato la messa davanti a migliaia di fedeli, dopo un percorso in papamobile scandito da soste per la benedizione dei bambini.

Nel cuore dell’omelia, il Pontefice ha lanciato un severo monito - nel solco del suo predecessre Francesco - contro la globalizzazione dell’indifferenza. “L’amore è sempre nella libertà e la libertà sta nelle decisioni”, ha tuonato, ricordando che le tragedie in mare sono il frutto amaro tanto di “decisioni prese, sia di decisioni mancate”.

Ha quindi puntato il dito contro “i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui” e contro un sistema economico mondiale che, inesorabile, “genera povertà ed esclusione”. Di fronte a tutto questo, ha insistito, occorre vincere la paura e l’illusione che non ci riguardi, abbandonando “la fretta di passare oltre” in favore di “politiche organiche e condivise”.

E ha concluso con un saluto intimo alla comunità locale: “A voi, comunità di Lampedusa e Linosa, non manchi mai il respiro della fede, della speranza e della carità: ‘O’scià!’”. “Questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti”, ha detto rivolgendosi al sindaco e alla popolazione.

E il viaggio si è trasformato in un pellegrinaggio silenzioso e potente.

La prima tappa, il cimitero dei senza nome di Cala Pisana. In profondo raccoglimento, Leone ha deposto un omaggio floreale e pregato davanti a sepolture anonime, segnate da croci essenziali ricavate dal legno consunto delle barche dei naufraghi.

Un momento di intensa commozione che ha preceduto la sosta forse più simbolica: la Porta d’Europa. Dinanzi all’imponente monumento di ceramica e ferro rivolto verso l’Africa, il Papa ha compiuto un gesto dal valore storico. Dopo aver salutato una famiglia di migranti, ha attraversato fisicamente la soglia, sfiorandone con la mano il lato destro, quindi è sceso da solo lungo la scogliera.

Con il vento a sferzarlo e una nave militare sullo sfondo, si è fermato a lungo a scrutare l’orizzonte: un invito tacito a non considerare il Mediterraneo soltanto una “tomba”, ma a tornare a vederlo come un “crocevia di civiltà” e uno spazio d’incontro.

Proprio alla Porta d’Europa si è consumato l’incontro più toccante della giornata: un bambino, Leo, gli ha consegnato una letterina e un pallone di carta. “10 anni fa la mia storia è iniziata qui... Ero da solo e avevo perso tutto, soprattutto la mia mamma”, ha scritto, raccontando che solo quel pallone improvvisato riuscì a fermare le sue lacrime e chiedendo al Papa di farlo arrivare “a un altro bambino e farlo felice”.

Il percorso si è concluso al Molo Favarolo, luogo simbolo degli sbarchi. Qui il “miracolo della compassione” evocato dal Pontefice ha preso di nuovo corpo. Leone ha benedetto la targa che intitola l’infrastruttura al suo predecessore, ribattezzandola “Molo Francesco” in continuità con il primo, storico approdo di Bergoglio nel 2013.

Subito dopo, infrangendo il protocollo, si è avvicinato a un gruppo di quindici migranti provenienti dal vicino hotspot della Croce Rossa, stringendo la mano a ciascuno. Un’ultima carezza per ribadire che l’umanità, per potersi dire tale, “ha bisogno di un cuore”.

Papa Leone alle 12,30 è decollato per fare ritorno in Vaticano. Una visita breve ma intensissima e che rimarrà impressa nella memoria dei lampedusani (e non solo)