l'evento
"O'scià", il saluto di Papa Leone a un'isola che non si arrende all'indifferenza: cosa resta di una visita storica
Si è chiusa la missione del Pontefice: una visita breve ma intensissima e caratterizzata da tappe significative, come al cimitero "per una carezza ai morti" e al Molo Papa Francesco "per una carezza ai vivi"
Il velivolo militare ha preso quota verso Roma, lasciandosi alle spalle un’isola ancora attraversata dal calore della sua gente, tra gli «Viva il Papa!» e gli slanci d’affetto improvvisati dai balconi. La visita di papa Leone XIV a Lampedusa si è conclusa; la domanda che ora rimbalza tra i vicoli battuti dal vento salmastro è una: che cosa rimane in questo estremo avamposto d’Europa dopo il passaggio del Pontefice?
S’impone, innanzitutto, il peso di un monito severo contro la globalizzazione dell’indifferenza e i «calcoli criminali» di chi specula sulla disperazione. Davanti a migliaia di fedeli, celebrando la messa al campo sportivo, Leone XIV ha richiamato le coscienze denunciando la logica dei muri e le gravi responsabilità della politica: i morti nel Mediterraneo, ha sottolineato, non sono soltanto vittime di decisioni sbagliate, ma anche di «decisioni mancate».
Lampedusa e Linosa sono state accostate alla strada insidiosa tra Gerusalemme e Gerico, dove moltitudini di viandanti vengono spogliate e abbandonate mezze morte dai briganti. Da questa frontiera arriva poi un appello netto all’Europa. Il Papa ha ricordato che le istituzioni comunitarie dispongono di un potenziale unico e di un dovere morale: superare la mera gestione emergenziale. La sfida, epocale, esige una strategia di lungo respiro per «accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti», lavorando al contempo sullo sviluppo nei Paesi d’origine affinché l’emigrazione non sia più un obbligo.
Sull’isola, soprattutto, rimane la certezza di non essere soli. Commosso, il Pontefice ha ringraziato quella che il sindaco Filippo Mannino ha definito una «comunità del soccorso» e un autentico «presidio di umanità». A volontari, Guardia Costiera, forze dell’ordine e associazioni, Leone XIV ha riconosciuto di aver compiuto «il miracolo della compassione», in cui l’amore si è fatto organizzazione e prossimità.
L’arcivescovo di Agrigento, mons. Alessandro Damiano, ha sottolineato come questa visita abbia risvegliato la vocazione isolana a essere «custodi di fratelli», in una terra di transito che fatica a garantire prospettive, una singolare «terra promessa» povera di risorse. Di ciò che resterà parlano anche i simboli. Il governatore siciliano Renato Schifani ha donato una triscele in ceramica, emblema di una sinergia istituzionale orgogliosa. E soprattutto il sindaco Mannino ha consegnato un faro in legno, ricavato dai relitti dei barconi dei migranti: un segno di luce che «non giudica, ma indica la via».
Tutte tappe che hanno segnato il cammino del Santo Padre, brevi ma intemse: la prima al cimitero per una "carezza ai morti" sulle tombe senza nome dei migranti morti e qui sepolti, e poi al Molo Favarolo, ribattezzato da oggi Molo Papa Francesco per una "carezza ai vivi" perché questo è l'approdo dove arrivano le motovedette con i sopravvissuti delle traversate del Canale di Sicilia.
Che cosa resta, dunque? Resta l’imperativo a edificare quella «civiltà dell’amore» cara ai predecessori del Papa, traducendo la compassione in un nuovo modo di essere cittadini. E rimane, inciso nel cuore dell’isola, l’augurio con cui il Pontefice ha voluto congedarsi, esortando la comunità a non lasciarsi vincere dalla paura e stringendola in un saluto vitale: «O’scià!»

