Paternò
«Negare l’ex albergo Sicilia ai lavoratori migranti odora tanto di razzismo»
L’associazione “Penelope” attacca sulla futura destinazione dell'edificio, ma “L’Aria Nuova” non ci sta: «Parole pesanti che avvelenano il confronto»
La questione sembrava essere stata risolta e la proposta accantonata. Il nuovo post pubblicato sui social dall’associazione “Penelope” regala, però, una realtà dei fatti diversa. Al centro dell’attenzione c’è sempre lui, l’ex Albergo Sicilia, diventato argomento di dibattito per la sua possibile funzione futura, dopo decenni di abbandono.
“Penelope” resta legata alla sua proposta e ripropone la trasformazione in albergo sociale. «La proposta di recuperare l’Albergo Sicilia a Paternò - scrivono da “Penelope” - e riattivarlo come albergo sociale per l’accoglienza di lavoratori stagionali, migranti (e non), ci appare perfettamente in linea con la vocazione della struttura (alberghiera) e del territorio (economia agricola), capace di generare sviluppo economico, ma soprattutto sviluppo civile e emancipazione dalla situazione di illegalità diffusa che opprime l’intera comunità. Sottrarre al caporalato - scrive ancora “Penelope” - alle organizzazioni criminali e alle aziende colluse, la gestione del mercato del lavoro forzato, significa liberare risorse, innalzare le tutele per tutti i lavoratori e supportare l’attività delle aziende virtuose strozzate dalla concorrenza illegale».
E poi l’affondo di “Penelope” che appella i paternesi come “clan di nativi”, a quanti in queste settimane hanno espresso il loro no alla proposta. «Quando l’accesso a uno spazio pubblico è vietato a priori a persone sulla base della loro appartenenza etnica - scrivono dal gruppo - noi sentiamo forte odore di apartheid e di razzismo. Sarebbe uguale se dicessimo no all’impiego dell’albergo per realizzare un centro per la riabilitazione dei disabili».
Intanto a “Penelope” arrivano le risposte. Tra cui quella dell’associazione “L’Aria Nuova”, con Giuseppe Panassidi, componente del direttivo che sempre su Fb scrive: «Non si può definire razzista chi ritiene che possano esistere soluzioni migliori, sia per il futuro dell’ex Albergo Sicilia sia per affrontare il tema dei lavoratori migranti, dello sfruttamento e del superamento di Ciappe Bianche. Avere un’idea diversa sull’utilizzo di un immobile pubblico non significa essere contrari all’accoglienza, né negare il caporalato o le condizioni indegne in cui troppe persone sono state costrette a vivere. Significa semplicemente ritenere che quella specifica soluzione non sia la migliore. Non è accettabile che una parte della comunità, solo perché contraria a quella specifica destinazione dell’ex Albergo Sicilia, venga accomunata a razzisti, xenofobi o addirittura a un “clan”. Sono parole pesanti, che avvelenano il confronto e rendono impossibile un dibattito serio. Il futuro dell’ex Albergo Sicilia deve essere deciso con la città, non sopra la città».