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la polemica mondiale

Trump interviene, la FIFA cambia decisione: esplode il caso politico-sportivo

La vicenda della squalifica "cancellata" a Balogun rischia di diventare uno degli episodi più gravi nella storia recente del calcio internazionale

06 Luglio 2026, 20:45

21:26

Trump interviene, la FIFA cambia decisione: esplode il caso politico-sportivo

La vicenda Balogun rischia di diventare uno degli episodi più gravi nella storia recente del calcio internazionale. Non tanto per il cartellino rosso, discutibile come tanti altri, né per il valore del giocatore statunitense. Il problema è ciò che è successo dopo: una decisione della FIFA senza precedenti, arrivata dopo l'intervento diretto del presidente degli Stati Uniti Donald Trump nei confronti di Gianni Infantino. Un cortocircuito tra politica e sport che lascia un'impressione devastante.

Trump non ha fatto mistero della propria iniziativa. Ha raccontato di aver chiesto una revisione del caso, sostenendo che l'espulsione fosse ingiusta, per poi esultare pubblicamente quando la FIFA ha sospeso la squalifica, ringraziando l'organizzazione per aver «posto rimedio a una grave ingiustizia».

Il punto, però, non è stabilire se Balogun meritasse davvero il rosso. Di episodi arbitrali controversi il calcio vive da sempre. Il nodo è un altro: cosa accade quando il presidente della nazione ospitante telefona ai vertici della federazione mondiale e, poche ore dopo, la decisione viene ribaltata?

È qui che il caso smette di essere sportivo e diventa politico. Perché il messaggio che passa è semplice e inquietante: le regole valgono finché non entra in campo chi ha abbastanza potere da farle cambiare. Trump interpreta il proprio ruolo pubblico secondo uno schema ormai consolidato: se qualcosa non gli piace, interviene; se un'istituzione ostacola i suoi obiettivi, prova a piegarla; se ottiene ciò che vuole, rivendica il risultato come una vittoria personale. È uno stile politico fondato sulla forza, sulla pressione e sulla spettacolarizzazione del potere. C'è chi lo considera leadership. Altri vi leggono un atteggiamento da bullo istituzionale, nel quale l'autorità non si esercita rispettando le regole, ma dimostrando di poterle superare.

In questa vicenda, la responsabilità maggiore resta comunque della FIFA. Nessuno obbligava Infantino e la commissione disciplinare a percorrere una strada tanto controversa. Se davvero il regolamento consentiva quella soluzione, la domanda resta politica prima ancora che giuridica: sarebbe stata presa senza la telefonata della Casa Bianca? È il dubbio che oggi aleggia sul Mondiale.

Non sorprende che Belgio e UEFA abbiano reagito con durezza, parlando di una decisione incomprensibile e potenzialmente lesiva della credibilità del torneo. Perché il danno non riguarda soltanto una partita. Riguarda la fiducia nelle istituzioni sportive.

Il calcio ha sempre cercato di difendere almeno una funzione fondamentale: che sul campo tutti siano uguali. Che il piccolo possa battere il grande, che il regolamento sia identico per chiunque, che nemmeno il Paese più potente del mondo possa modificare una squalifica con una telefonata. Oggi questa convinzione esce incrinata. E non perché Balogun giocherà contro il Belgio, ma perché milioni di tifosi hanno visto qualcosa che nello sport non dovrebbe mai accadere: il sospetto che il peso politico conti più del regolamento.

Trump rivendica l'episodio come la dimostrazione di aver corretto un'ingiustizia. Molti altri vi vedono invece la rappresentazione di un modo di esercitare il potere in cui le istituzioni diventano strumenti da convincere, o da mettere sotto pressione, fino a ottenere il risultato desiderato. Se così fosse, il problema non sarebbe Balogun. Sarebbe il precedente. Perché quando il potere scopre di poter entrare nello spogliatoio delle regole, nessuna regola è più davvero al sicuro.