L'aggressione in carcere
Il sinappe dopo la rivolta dei detenuti di Gazzi: «Lavoriamo con la paura di essere aggrediti»
Tensione al carcere di Gazzi: agenti feriti, carenza di organico e strutture fatiscenti aggravano il rischio; sindacato e direzione chiedono trasferimenti e misure protettive
Resta alta la tensione all'interno della casa circondariale di Gazzi dopo l'ultima sommossa interna, sedata dall'intervento degli agenti, rimasti però feriti negli scontri. A tenere accesi i riflettori è il Sinappe, sindacato della polizia penitenziaria. A fare il punto della situazione è Giovanni Spanò, vicesegretario del sindacato. «La problematica principale riguarda la carenza di personale - spiega - perché ovviamente va da sé che se la proporzione è un agente di sezione su 50 detenuti, siamo di fronte a una forza che è difficile da contrastare».
Altro nodo centrale riguarda la gestione dei soggetti più facili all'aggressione. «Esistono le circolari dipartimentali che prevedono il trasferimento immediato del detenuto, qualora aggredisca fisicamente e verbalmente un agente di sezione - sottolinea il vicesegretario - il trasferimento del detenuto in senso assoluto non risolve il problema, però quantomeno riesce a dare respiro al lavoratore».
Lavorare quotidianamente di fronte a chi ha già mostrato atteggiamenti violenti mina la serenità psicologica della polizia penitenziaria. «Si crea una sorta di incompatibilità ambientale. Il personale giornalmente va a lavorare col pensiero che potrebbe essere aggredito. È sfiduciato». «Rimane il problema dei deficit strutturali. Non abbiamo nemmeno camere preventive disponibili per fare espletare loro queste sanzioni disciplinari - ribadisce Spanò - e si tratta di soluzioni che non servono a sanzionare il detenuto, ma consentono, isolandolo, di tutelare l'incolumità anche del personale».
La risposta del corpo di polizia durante l'ultima emergenza è stata impeccabile come evidenziato dalla direttrice del carcere Angela Sciavicco. «Grazie al loro intervento la criticità è stata superata senza conseguenze irreparabili. Ci troviamo purtroppo a gestire soggetti che rifiutano categoricamente di aderire ai percorsi trattamentali offerti - e conclude - è poi innegabile che la vetustà e i limiti strutturali dell'istituto di Messina rappresentino, in talune circostanze, un fattore di criticità».