le indagini
Quattrocento euro per bruciare auto e distributori: i "picciotti" arruolati per una miseria e le estorsioni a Palermo
Gli attentati a sicily by car: il prezzo svelato attraverso dei messaggi
Quattrocento euro per dare fuoco a un deposito di auto o a un distributore di carburante. Sarebbe stato questo il compenso stabilito per gli esecutori materiali degli attentati incendiari ricostruiti dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo nell’inchiesta che ha portato al fermo di 22 persone ritenute, a vario titolo, coinvolte in un sistema di estorsioni e intimidazioni mafiose. A svelare ruoli, incarichi e ricompense sono soprattutto le conversazioni WhatsApp recuperate dai carabinieri del Nucleo investigativo. Secondo la ricostruzione della Procura, ogni compito aveva un prezzo. Quattrocento euro sarebbero stati versati a Gian Mattia Celestino per l’incendio del distributore Eni di Capaci, mentre al complice che avrebbe partecipato all’azione sarebbero andati 100 euro.
La stessa somma, 400 euro a testa, sarebbe stata riconosciuta a Rosario Piazza e Baldassare Rizzuto per l’attentato contro la sede della Sicily by Car di Villagrazia di Carini, società riconducibile all’imprenditore Tommaso Dragotto. Chi aveva il compito di procurare l’auto rubata utilizzata per gli attentati avrebbe ricevuto invece 200 euro. Dalle conversazioni sequestrate emerge anche il malcontento degli esecutori, che in alcuni casi avrebbero giudicato insufficienti le somme ricevute rispetto al rischio corso. Nelle chat sarebbero nate discussioni tra chi impartiva gli ordini e chi materialmente portava a termine gli attentati. Uno degli episodi centrali dell’indagine riguarda l’incendio ai danni della Sicily by Car. Per gli investigatori, l’ordine sarebbe partito dal carcere: il presunto mandante sarebbe stato Salvatore Verga, detenuto all’epoca dei fatti, che avrebbe comunicato attraverso WhatsApp le direttive a Rosario Piazza, autorizzandolo a coinvolgere altri complici. Piazza, secondo l’accusa, avrebbe quindi coinvolto Baldassare Rizzuto e curato l’organizzazione dell’azione: dal recupero di una Fiat Panda rubata fino alla fase esecutiva. La svolta sarebbe arrivata dopo il sequestro del telefono cellulare di Piazza, arrestato l’11 giugno scorso in un’altra indagine per estorsione. L’analisi del dispositivo avrebbe consentito di recuperare le conversazioni con Verga e Rizzuto, incrociandole con i dati di localizzazione. Le chat descriverebbero la preparazione dell’attentato. Il 25 maggio Verga avrebbe ordinato di colpire la sede della società di autonoleggio, raccomandando che «bruciasse tutto». Il giorno successivo avrebbe chiesto conferma dell’esecuzione del piano. La risposta di Piazza, secondo gli investigatori, sarebbe stata chiara: «Deve uscire i soldi», una frase ritenuta indicativa della finalità estorsiva dell’azione. La sera del 26 maggio, dopo avere recuperato la Panda rubata, Piazza e Rizzuto avrebbero raggiunto il deposito della Sicily by Car. Le immagini delle telecamere avrebbero ripreso un uomo entrare nell’area, cospargere di liquido infiammabile alcune vetture, sistemare bombole di gas da campeggio e appiccare il fuoco. Undici automobili sarebbero state distrutte dalle fiamme. Poco dopo, la stessa Panda utilizzata per l’attentato sarebbe stata incendiata in via Sant’Anna, a Carini, nel tentativo di eliminare eventuali tracce. Per la Dda, i dati di localizzazione del telefono di Piazza coincidono con gli spostamenti compiuti durante la fase preparatoria e quella esecutiva dell’attentato. Il giorno successivo, sempre secondo l’accusa, Verga avrebbe disposto il pagamento degli esecutori: 400 euro ciascuno per un’intimidazione che gli inquirenti contestano come aggravata dal metodo mafioso e finalizzata a costringere la vittima a soddisfare richieste estorsive.