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L'operazione

Blitz a Palermo, il nuovo fronte dell’inchiesta dopo gli arresti: la catena di comando della mafia, gli affari di droga allo Zen e le armi nascoste

Blitz dei carabinieri: 22 fermi svelano lotte per la leadership tra Verga e la famiglia Lo Piccolo, traffico di droga allo Zen e un arsenale ancora da recuperare

14 Luglio 2026, 12:10

Blitz a Palermo, il nuovo fronte dell’inchiesta dopo gli arresti: la catena di comando della mafia, gli affari di droga allo Zen e le armi nascoste

La linea di comando ancora da decifrare, gli affari del traffico di droga soprattutto allo Zen e un arsenale che gli investigatori ritengono non sia stato ancora trovato. Sono questi i principali filoni d'indagine che si aprono dopo il blitz dei carabinieri culminato con il fermo di 22 persone. Un'operazione che, oltre agli arresti, offre nuovi spunti investigativi destinati ad allargare il raggio dell'inchiesta.

Il primo nodo riguarda la leadership. Per gli investigatori è Salvatore Verga ad avere impartito l'ordine ai gruppi dello Zen e della Marinella di mettere in atto la strategia intimidatoria che negli ultimi mesi ha interessato diversi quartieri di Palermo e parte della provincia. Resta però da chiarire se un trentacinquenne, già condannato per droga e con solidi rapporti con il mandamento mafioso, abbia potuto assumere una decisione di tale portata senza il via libera dei livelli superiori.

L'attenzione si concentra così sulla famiglia Lo Piccolo. Le inchieste degli ultimi anni hanno descritto Cosa nostra come un'organizzazione gerarchica, con il ruolo di vertice ricondotto all'ala dei Lo Piccolo. Salvatore e Sandro Lo Piccolo sono detenuti al 41 bis e stanno scontando l'ergastolo. È invece tornato in libertà, per fine pena, Calogero Lo Piccolo, altro figlio di Totuccio, detto "il barone". Gli investigatori stanno verificando se possa avere avuto un ruolo nella nuova fase dell'organizzazione.

Tra gli elementi sotto esame c'è anche una presunta "ambasciata" proveniente da Salvatore Lo Piccolo. Nel maggio del 2023, secondo gli atti, un messaggio riservato sarebbe stato recapitato attraverso una donna a Giovanni Cusimano, storico esponente mafioso di Partanna Mondello. Intercettato, Cusimano raccontava di non averne compreso il significato, in particolare per il riferimento al "pesciaiolo di Pallavicino", soprannome che gli investigatori attribuiscono a un appartenente all'organizzazione.

Lo stesso riferimento compare nelle conversazioni di Francesco Stagno, arrestato con l'accusa di essere il braccio destro di Domenico Serio, fratello di Nunzio Serio, tra gli ultimi reggenti del mandamento di San Lorenzo finiti in carcere. Cusimano avrebbe inoltre fornito elementi per identificare la donna incaricata di trasmettere il messaggio: Rosalia Di Trapani, moglie di Salvatore Lo Piccolo, allora agli arresti domiciliari. Gli investigatori cercano ora di chiarire contenuto e finalità dell'ambasciata.

Un altro elemento arriva dalle dichiarazioni di un commerciante vittima del racket. L'esattore del pizzo, nel tentativo di convincerlo a pagare, avrebbe fatto riferimento a "persone importanti" e al "barone". Un richiamo che gli investigatori collegano allo storico soprannome di Salvatore Lo Piccolo, senza escludere altri riferimenti interni alla cosca.

Il secondo filone riguarda il traffico di droga e gli episodi di violenza registrati negli ultimi mesi. Nella zona di via Ammiraglio Rizzo sono stati esplosi colpi di Kalashnikov, seguiti da una risposta armata con pistole in via Montalbo. L'11 giugno sono stati arrestati Danilo D'Ignoti e Dionisio Mineo. Il collaboratore di giustizia Alessio D'Agostino li ha indicati come appartenenti a un gruppo dedito allo spaccio, sostenendo che D'Ignoti operasse alle dipendenze di Verga.

Dalle intercettazioni emerge il ruolo di Verga nella gestione degli incassi della droga. «Ma Gaetano non ti ha dato duemila euro a te?», chiede ai suoi collaboratori Giuseppe Faija e Francesco Albamonte, ricostruendo pagamenti e debiti legati alla cocaina. Al centro dei dialoghi c'è Gaetano Maranzano, ritenuto uno dei referenti dello spaccio, incaricato di ritirare i carichi e consegnare il denaro delle vendite.

Un ulteriore capitolo riguarda l'arsenale. Dalle conversazioni intercettate in carcere emerge la necessità, secondo Verga, di recuperare Kalashnikov e altre armi da fuoco. Gli investigatori ritengono che una parte delle armi riconducibili al mandamento di San Lorenzo non sia stata ancora trovata. Si parla di pistole di diverso calibro, di un fucile a pompa e della necessità di custodire l'arsenale in luoghi sicuri, anche all'interno di una valigetta.

La disponibilità delle armi sarebbe stata considerata fondamentale per imporre il controllo del territorio e sostenere le estorsioni. In un'intercettazione Salvatore Ariolo sintetizza la strategia: «O pagano o brucio». Nel caso di rifiuto degli imprenditori taglieggiati, il gruppo avrebbe fatto ricorso a «tutte queste armi».

Sul fronte dello spaccio, gli investigatori hanno ricostruito anche la preparazione della droga destinata alle piazze dello Zen. L'appartamento della madre di Marco Ferrante, in via Costante Girardengo, sarebbe stato utilizzato per mesi come base per il confezionamento dell'hashish.

Le immagini estrapolate dal telefono di Giuseppe Faija mostrano Ferrante mentre pesa la sostanza con una bilancia di precisione e un complice impegnato a preparare le dosi. «Noi dobbiamo dire il giorno prima che mi serve per steccare», dice in una conversazione intercettata. Secondo i carabinieri, da due panetti da cento grammi venivano ricavate quasi undici stecche destinate ai pusher, con almeno due panetti al giorno utilizzati per rifornire la piazza.

Anche la qualità della droga veniva monitorata. Faija si confrontava direttamente con Salvatore Verga attraverso videochiamate su WhatsApp, mostrando la sostanza e discutendone caratteristiche e resa prima della distribuzione.