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goletta verde

La guerra persa contro il mare: le coste siciliane inghiottite dal cemento

Il nuovo dossier di Legambiente svela come l'abusivismo e le difese rigide abbiano divorato le spiagge dell'Isola, mentre l'economia dei disastri brucia decine di milioni di euro pubblici

14 Luglio 2026, 15:43

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La guerra persa contro il mare: le coste siciliane inghiottite dal cemento

L’erosione delle coste siciliane non è una fatalità naturale, bensì l’esito prevedibile di scelte miopi che da decenni sacrificano l’ambiente sull’altare di interessi speculativi e logiche emergenziali.

È l’immagine, severa e documentata, che emerge dal dossier “Coste siciliane alla deriva”, presentato a Capo d’Orlando in occasione dell’arrivo di Goletta Verde, la storica campagna di Legambiente.

Davanti a rappresentanti istituzionali e associazioni del territorio è stato illustrato un meccanismo perverso che divora le spiagge, restringe l’accesso ai beni comuni e dissipa ingenti risorse pubbliche in opere prive di efficacia.

La retorica della “guerra al mare”, alimentata da anni da amministratori e commissari per il dissesto, descrive il mare come un “nemico” da contenere. Espressioni come “il mare che cancella la spiaggia” preludono a scogliere colossali, barriere soffolte e massicciate in cemento.

Ma, avverte il rapporto, le difese rigide non risolvono la criticità: la protezione di un tratto costiero determina sistematicamente la regressione di quello adiacente, l’effetto “sottoflutto”, moltiplicando i danni lungo l’intero litorale.

Le cause dell’arretramento non sono affatto misteriose: cementificazione spinta delle aree litoranee, drastico calo dell’apporto solido per l’imbrigliamento dei fiumi e artificializzazione della battigia con porti e infrastrutture viarie.

Nonostante ciò, invece di rimuovere le origini del problema, si alimenta quella che Legambiente definisce “economia dei disastri”: il danno genera emergenza, l’emergenza sblocca fondi in deroga per opere perlopiù rigide, le quali creano nuovi squilibri e, inevitabilmente, ulteriori disastri.

Emblematica la situazione della fascia ionica messinese, dove da Taormina a Scaletta Zanclea si è consolidata una vera “città lineare” di oltre 20 chilometri, una colata di cemento compressa tra montagna e mare. Nel tentativo di salvare infrastrutture sorte laddove non si sarebbe dovuto costruire, si contano sprechi per più di 72 milioni di euro su appena 10 chilometri di costa.

A Sant’Alessio Siculo, una barriera sommersa costata 32 milioni ha manifestato criticità strutturali già con le prime mareggiate ordinarie, determinando la scomparsa completa dell’arenile.

A Santa Teresa di Riva, un segmento di lungomare distrutto nel 2025 (danni per 4 milioni) è stato ricostruito ancora più vicino alla battigia, in aperta sfida al rischio idrogeologico; subito dopo il ciclone Harry del gennaio 2026, è arrivato un finanziamento da 10 milioni per 14 pennelli in scogli.

Nel vicino comune di Furci Siculo, si prevedono circa 20 milioni per barriere sommerse con l’obiettivo di trattenere una sabbia che, a causa dei nuovi pennelli di Santa Teresa, non arriverà più.

Interventi speculari e contraddittori, pagati con denaro pubblico e privi di beneficio per le comunità.

Il paradosso del cemento è evidente anche a Capo d’Orlando, sede della presentazione del dossier: oltre 40.000 vani a fronte di circa 13.000 residenti, più del 50% seconde case non utilizzate e una potenziale densità abitativa sei volte la media nazionale dei comuni costieri. Un sovrasfruttamento che ha compromesso il paesaggio senza rispondere a reali necessità residenziali.

Un’alternativa, tuttavia, esiste. Il professor Giovanni Randazzo, dell’Università di Messina, ha documentato come, dopo la furia del ciclone Harry, le uniche spiagge sopravvissute e ricostituite naturalmente fossero prive di barriere rigide.

A Nizza di Sicilia, dove il lungomare è arretrato quel tanto da creare uno spazio di dissipazione dell’energia ondosa, l’arenile è tornato com’era prima del fortunale. Al contrario, ovunque fossero presenti scogliere artificiali o strade a picco sul mare, la spiaggia è svanita.

Al dissesto fisico si somma una deregulation normativa protratta. Una legge regionale del 1976 vieta le costruzioni entro 150 metri dalla battigia, ma per decenni tale vincolo è stato aggirato dalle stesse amministrazioni, che hanno realizzato piste ciclabili, piazze e lungomari là dove il mare reclama spazi naturali. L’assenza diffusa dei Piani di Utilizzo delle Aree Demaniali Marittime, spesso osteggiati dai Comuni, ha favorito l’espansione di stabilimenti sovradimensionati a scapito della fruizione pubblica.

Le recenti sentenze della Corte Costituzionale (n. 108/2022 e n. 72/2025) hanno dichiarato illegittimi i rinnovi automatici delle concessioni balneari e ribadito la vigenza assoluta del vincolo dei 150 metri.

In questo quadro, osserva Legambiente, è paradossale invocare “ristori” per stabilimenti danneggiati dalle mareggiate quando i titolari mantengono strutture fisse in aree classificate a elevato rischio.

Non è solo il cemento a minacciare il litorale: l’Osservatorio permanente di Legambiente segnala un inquinamento cronico per un sistema di depurazione al collasso. Impianti obsoleti o sottodimensionati, cicli di disinfezione incompleti e reti fognarie miste trasformano reflui urbani e scarichi industriali illegali in detonatori ecologici, alimentando pesanti procedure d’infrazione a carico dell’Italia.

Per cambiare rotta, la strategia non può più essere la “difesa a ogni costo”. “Serve un grande piano di adattamento”, ha dichiarato Laura Brambilla, portavoce di Goletta Verde.

Legambiente propone cinque linee d’azione: applicazione rigorosa del vincolo dei 150 metri; arretramento selettivo delle opere a rischio; utilizzo esclusivo di soluzioni flessibili e reversibili; trasferimento della viabilità costiera verso l’entroterra; ripristino del trasporto naturale dei sedimenti fluviali.