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L'inchiesta

Catania: la sindrome di Gomorra, la sparatoria al porto e l’ascesa delle giovani leve

Le indagini avviate dopo i fatti dell’Ecs Dogana nel 2022 svelano pure gli affari di droga del clan Cappello-Bonaccorsi

15 Luglio 2026, 22:00

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Catania: la sindrome di Gomorra, la sparatoria al porto  e l’ascesa delle giovani leve

È la sparatoria all’Ecs Dogana del 2022 il punto di partenza dell’indagine della Squadra Mobile culminata ieri con 19 arresti, due obblighi di presentazione alla polizia giudiziaria, una persona ricercata e quattro interrogatori preventivi. Gli investigatori hanno sgominato il gruppo criminale che fa capo a Sebastiano Miano, 31 anni, detto “Piripicchio”, ritenuto leader indiscusso nel traffico degli stupefacenti al Villaggio Sant’Agata (oltre a Librino e San Cristoforo). L’inchiesta ha permesso di ricostruire i contesti associativi, i traffici di sostanze stupefacenti e le numerose sparatorie fino agli ultimi mesi in città.

Al gruppo criminale composto non solo, ma prevalentemente da giovani leve, la procura contesta l’uso del metodo mafioso e ad alcuni anche l’aggravante di avere agevolato il clan mafioso dei Cappello-Bonaccorsi. Dopo la sparatoria dell’Ecs Dogana (la notte tra il 16 e il 17 aprile 2022) furono cinque le persone arrestate (di cui quattro destinatari anche della nuova misura) all’epoca chiamati a rispondere, tra gli altri, dei reati di rissa e lesioni personali, aggravate dall’uso di armi, detenzione e porto in luogo pubblico di più armi comuni da sparo.

Alla base della rissa degenerata in sparatoria l’episodio in cui alcuni ragazzi, ritenuti vicini al clan Mazzei dei Carcagnusi, avrebbero impedito al neomelodico Niko Pandetta di esibirsi insieme al trapper Tony Effe.

E si inquadra in quella che potremmo definire la “sindrome da Gomorra” l’escalation di violenza registrata in città già a partire dell’estate 2023 fino ai giorni scorsi. Una serie di sparatorie, al Villaggio Sant’Agata e Librino, collegate ai fatti violenti e ai contrasti dell’Ecs Dogana. Da qui il nome dell’operazione “Oltre al villaggio”.

In particolare, un susseguirsi di agguati armati, con la contrapposizione delle due opposte fazioni interne al sodalizio stesso, costituite da un lato da chi voleva punire un componente infedele del sodalizio e dall’altro da chi avrebbe preso le difese di quest’ultimo. C’è lo scontro armato nel pomeriggio del 16 giugno 2023, al Villaggio Sant’Agata Zona A, tra le due distinte fazioni. In questo scenario, caratterizzato da un impressionante uso di armi, cinque giorni dopo, in conseguenza di una disputa per un debito non pagato di 500 euro, una delle fazioni sarebbe intervenuta a favore del debitore, impedendo di fatto il recupero del credito. Con tanto di controffensiva armata, in due diversi momenti (22 e 25 giugno) a Camporotondo Etneo dove una palazzina è stata crivellata di colpi.

Dalle indagini si è poi appurata l’espansione delle attività illecite, non limitate più al tradizionale smercio di stupefacenti, all’interno di abitazioni nel quartier generale del Villaggio Sant’Agata e Librino (in modalità indoor), ma con innovative tipologie di operazioni particolarmente remunerative, basate sull’introduzione, nelle carceri dell’Isola, di stupefacenti, dispositivi telefonici e Sim. Gli indagati hanno sfruttato il contributo di professionisti ed esperti nel manovrare droni e nell’invio di corrispondenza in carcere con importanti quantitativi di droga.

Durante le indagini - iniziate ad aprile 2022 e concluse nel 2024 - sono stati sequestrati quantitativi di crack, cocaina, hashish e marijuana, materiale per il confezionamento, la lavorazione e la sicurezza delle case di spaccio, un drone, dispositivi telefonici, Sim e munizionamento di vario calibro.

Accertate due principali piazze di spaccio di cocaina e crack, entrambe facenti capo a Sebastiano Miano: una gestita da lui stesso, al Villaggio Sant’Agata e l’altra gestita da Salvatore Pietro Gagliano nell’abitazione dei genitori in via Alonzo e Consoli.

L’operazione della Mobile ha, quindi, riguardato l’azione del gruppo collegato attraverso alcuni suoi componenti al clan mafioso Cappello-Bonaccorsi non più incentrata sulle consuete case di spaccio, ma ricadente anche in altri ambiti, come le strutture carcerarie, dove i sodali ristretti sono riusciti ad ampliare il volume di affari, intercettando clientela all’interno degli istituti di pena, alla quale venivano imposti prezzi esorbitanti, raggiungendo elevati margini di guadagno considerato che un dispositivo telefonico del tipo smartphone poteva essere venduto a un prezzo anche 15 volte maggiore rispetto a quello di mercato.