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l'intervista

Via D'Amelio e la verità di Salvatore Borsellino: "Paolo ucciso per coprire i segreti dell'estremismo nero"

Il fratello del magistrato accantona la trattativa Stato-mafia ed evoca il ruolo di Stefano Delle Chiaie e di ex amici di gioventù nell'attentato di Capaci. Con un monito a Giorgia Meloni: "Giù le mani da mio fratello"

18 Luglio 2026, 20:01

20:10

Via D'Amelio e la verità di Salvatore Borsellino: "Paolo ucciso per coprire i segreti dell'estremismo nero"

Alla vigilia del 34° anniversario della strage di via D’Amelio, le celebrazioni per ricordare il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta sono attraversate da una dura controversiaSalvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso, rivolge un severo atto d’accusa alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e all’attuale esecutivo, accompagnandolo con una rivelazione inedita sul possibile movente dell’attentato.

In una video-intervista a Diecimedia, l’affondo è senza mediazioni. Borsellino chiede a Meloni di non invocare più la figura del fratello come fonte d’ispirazione politica. La critica è esplicita: il governo starebbe “distruggendo sistematicamente tutti quei mezzi che lui e Giovanni Falcone avevano lasciato alla magistratura”. Nel mirino finisce l’erosione di quello che fu il “decreto Falcone”: a giudizio di Salvatore Borsellino, misure cardine come il 41 bis, l’ergastolo ostativo, la disciplina sui collaboratori di giustizia e le intercettazioni sarebbero state “spazzate via”.

Un arretramento che, secondo lui, produrrebbe effetti tangibili a Palermo, oggi “piena di ergastolani usciti dalla galera senza mai aver collaborato con la giustizia” e tornati a guidare le famiglie mafiose.

La frizione tra la famiglia e le istituzioni ha riguardato anche l’organizzazione della ricorrenza in via D’Amelio. Borsellino denuncia un tentativo da parte di Fratelli d’Italia di ottenere il suolo pubblico e il palco per la commemorazione, iniziativa che afferma di avere bloccato in extremis.

A scuotere la narrazione consolidata sulle stragi del 1992 è però la svolta interpretativa proposta dal fratello del giudice. Per anni convinto che l’uccisione di Paolo Borsellino fosse legata alla cosiddetta Trattativa Stato-mafia, oggi sposta l’attenzione sulla “pista nera”. “Paolo viene ucciso per evitare che testimoniasse che qualcuno dei suoi compagni di gioventù aveva partecipato insieme con Stefano Delle Chiaie alla preparazione della strage di Capaci”, afferma.

Il magistrato, sostiene, sarebbe stato eliminato con urgenza per impedirgli di riferire alla magistratura ciò che aveva appena appreso sui mandanti occulti dell’omicidio di Giovanni Falcone. Questa lettura si pone in netto contrasto con le conclusioni attuali della commissione parlamentare Antimafia. Salvatore Borsellino parla di un “vero e proprio depistaggio istituzionale”, finalizzato a espungere dal racconto ufficiale il ruolo dei servizi segreti e dell’eversione nera — attori già apparsi “da Piazza Fontana in poi” — e a ricondurre, in modo fuorviante, l’accelerazione dell’attentato al dossier mafia-appalti.