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le indagini

Il narcotraffico della ndrangheta tra Sudamerica e Gioia Tauro era gestito dal carcere di Siracusa

Due compagni di cella gestivano il traffico internazionale di cocaina grazie a smartphone criptati, smantellata una rete di 35 persone dalla Dda di Reggio Calabria

22 Luglio 2026, 15:34

15:53

Il narcotraffico della ndrangheta  tra Sudamerica e Gioia Tauro era gestito dal carcere di Siracusa

Le sbarre non ne limitavano l’operatività: per il gruppo criminale il carcere era diventato un vero e proprio quartier generale.

Dal penitenziario di Siracusa, infatti, partivano le direttive per orchestrare un vasto traffico internazionale di cocaina dal Sudamerica al porto calabrese di Gioia Tauro.

È quanto emerge da una maxi operazione dei Carabinieri, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, che ha portato all’esecuzione di 35 misure cautelari in numerose province italiane, dal Nord al Sud.

Al centro dell’inchiesta figura un sodalizio attivo nel favorire la cosca Alvaro di Sinopoli.

L’indagine, sviluppata in due fasi dalla Compagnia di Palmi e dal Nucleo Investigativo di Gioia Tauro, muove dall’analisi delle chat cifrate della piattaforma “SKY ECC” risalenti al biennio 2020-2021.

Dalla decrittazione è emerso che al vertice dell’organizzazione vi erano due uomini all’epoca detenuti e compagni di cella proprio a Siracusa.

Come ha sottolineato il procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Borrelli: “Una parte significativa delle attività di narcotraffico veniva svolta da alcuni degli indagati mentre si trovavano all’interno del carcere di Siracusa dove avevano la disponibilità di un telefono criptato con il quale comunicavano verso l’esterno impartendo le disposizioni”.

Le indicazioni venivano poi eseguite all’esterno da stretti congiunti, assicurando la continuità del business illecito.

Dalla cella siracusana il gruppo ha coordinato l’arrivo di oltre 300 chilogrammi di cocaina.

La gestione logistica a Gioia Tauro era capillare: le direttive raggiungevano vere e proprie squadre di “portuali infedeli”, incaricate di estrarre lo stupefacente dai container, con un compenso pari al 15% del valore della merce recuperata.

Il flusso informativo era bidirezionale: gli addetti suggerivano ai vertici l’uso di container non refrigerati, meno esposti ai controlli scanner, o di navi in semplice transito nello scalo calabrese.

I detenuti venivano persino aggiornati sulla possibilità di rimuovere le imbarcazioni in arrivo dalla black list della Guardia di Finanza, un “servizio extra” offerto previo pagamento di un sovrapprezzo.

L’autorità dei capi reclusi si estendeva anche al recupero crediti.

Il principale sbocco della cocaina sbarcata a Gioia Tauro era la Sicilia. Di fronte al mancato pagamento di una fornitura da 500 mila euro da parte di un gruppo criminale palermitano, l’organizzazione aveva predisposto misure drastiche: secondo quanto documentato dagli investigatori, fu pianificato il sequestro di una delle controparti morose, attirata in una trappola durante una finta consegna di droga. Il piano è stato sventato dall’intervento delle forze dell’ordine.

La seconda fase delle indagini, condotta tra aprile 2023 e luglio 2024, ha confermato la perdurante operatività della rete, con arresti in flagranza e nuovi sequestri.

In questo filone più recente, il figlio di uno dei due capi già detenuti a Siracusa ha assunto un ruolo di primo piano, raccogliendo il testimone nella gestione delle attività.

Per il procuratore aggiunto Stefano Musolino, l’inchiesta fotografa una tendenza ormai consolidata: le cosche reggine operano in un contesto in cui il traffico di droga transnazionale è divenuto il principale reato fine dell’associazione mafiosa, un affare capace di prosperare persino dietro le sbarre di un carcere di massima sicurezza.