la polemica
"Lo Stato ha perso il controllo delle carceri": Scontro Nordio-De Lucia sul potere dei boss dietro le sbarre
Il procuratore di Palermo lancia l'allarme sugli spazi occupati dai clan, il ministro ribatte accusandolo di gravità inaudita
24 luglio 2026 una dichiarazione del procuratore di Palermo, Maurizio De Lucia, ha scosso il dibattito pubblico e le istituzioni: le carceri italiane, ha affermato, “non sono più sotto il controllo dello Stato”. Un monito che ha aperto uno scontro frontale con il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, riportando al centro della scena una crisi strutturale fatta di sovraffollamento, carenze croniche e un vuoto di potere che rischia di essere riempito dalla criminalità organizzata.
Secondo De Lucia, lo Stato arretra dentro gli istituti, lasciando spazio a gerarchie informali e a gruppi criminali pronti a sfruttare le falle del sistema per consolidare il proprio dominio. La replica di Nordio è stata immediata e durissima: ha bollato quelle parole come di “gravità inaudita”, respingendo l’idea di un apparato penitenziario fuori controllo e schierandosi con forza a difesa della Polizia penitenziaria. Gli agenti, ha sottolineato, operano “con il rischio della vita” in condizioni estreme; a testimonianza dell’impegno del governo, il guardasigilli ha ricordato il bando indetto nel 2026 per l’assunzione di 3.350 nuovi allievi agenti, volto a tamponare le pesanti scoperture di organico.
Al di là della polemica politica, i numeri delineano un quadro allarmante. Il XXII Rapporto di Antigone segnala che, al 30 aprile 2026, i detenuti erano 64.436 a fronte di una capienza regolamentare di 51.265 posti. La crescita appare inarrestabile: quasi 2.000 presenze in più nell’ultimo anno e 937 soltanto nei primi quattro mesi del 2026.
Colpisce il paradosso: a fine 2025 oltre 24.000 reclusi avevano un residuo pena inferiore ai tre anni, una platea ampia che potrebbe accedere a misure alternative per alleggerire la pressione sugli istituti. Eppure, nonostante oltre 101.000 persone siano già in carico ai servizi di comunità (di cui 49.241 in misure alternative), le prigioni continuano a riempirsi.
Un nodo decisivo è la metamorfosi dell’universo penitenziario in “contenitore improprio” di disagi sociali e sanitari, con la tossicodipendenza in primo piano. La Relazione al Parlamento 2025 indica come i detenuti con dipendenze costituiscano una componente strutturale del sistema. Mentre in Senato è in discussione un disegno di legge per ampliare l’accesso alla detenzione domiciliare per le persone dipendenti e sono stati stanziati 20 milioni di euro per progetti di riabilitazione, l’accesso effettivo alle cure e alle comunità territoriali resta ancora troppo esiguo rispetto alla facilità d’ingresso in cella.
Le conseguenze di questa gestione al collasso sono un clima di tensione permanente e tragedie quotidiane. Come ha ammonito il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il 16 marzo 2026, i suicidi in carcere rappresentano una vera e propria “sconfitta dello Stato”. I dati sono drammatici: il Garante nazionale ha contato 76 suicidi accertati nel 2025 su 254 decessi complessivi; il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, nello stesso anno, ha registrato 1.981 tentativi di suicidio e 11.720 atti di autolesionismo. In un sistema dove quasi il 60% dei ristretti trascorre l’intera giornata chiuso in cella, privo di attività, il tempo della pena perde ogni funzione rieducativa, minando anche la sicurezza e alimentando i conflitti.
Onorare l’abnegazione della Polizia penitenziaria è doveroso; ma negare il cedimento strutturale del sistema sarebbe un errore fatale. La sofferenza degli agenti e quella delle persone detenute sono ormai le due facce inseparabili di un meccanismo che non riesce più a garantire legalità e diritti costituzionali.
