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l'audizione

De Lucia in Antimafia: «La latitanza di Matteo Messina Denaro è stata protetta per 30 anni. Individuati beni per 200 milioni»

Il procuratore capo di Palermo alla Commissione parlamentare

28 Luglio 2026, 11:48

11:50

De Lucia in Antimafia: «La latitanza di Matteo Messina Denaro è stata protetta per 30 anni. Individuati beni per 200 milioni»

Un bilancio dettagliato sulle indagini attorno al tesoro e alla rete di protezioni di Matteo Messina Denaro, ma anche la piaga della diffusione dei cellulari nelle carceri, la mappa delle nuove rotte del narcotraffico, la caccia all'ultimo latitante Giovanni Motisi e lo stato dell'organico dei magistrati. È un'audizione a tutto campo quella tenuta a Palazzo San Macuto dal Procuratore capo di Palermo, Maurizio de Lucia, davanti alla Commissione parlamentare Antimafia guidata dalla presidente Chiara Colosimo.

L'intervento del procuratore si è concentrato anzitutto sui tre decenni di latitanza del boss trapanese e sui complici che ne hanno garantito la copertura. «La latitanza di Matteo Messina Denaro è durata 30 anni e in questi 30 anni si sono succeduti soggetti e ambienti che lo hanno protetto», ha scandito De Lucia davanti ai commissari, ricordando che «l'indagine in questi anni, grazie anche alle intercettazioni, ha portato all’arresto di 18 soggetti, alcuni dei quali condannati in via definitiva».

Il capo dei pm palermitani ha voluto evidenziare la discontinuità generazionale rappresentata dalla figura di Messina Denaro rispetto ai vertici storici di Cosa Nostra: «Il filone relativo alle indagini su Matteo Messina Denaro non riguarda soltanto chi ne ha protetto la latitanza. Questo soggetto è un mafioso della generazione successiva rispetto ai grandi capi dell’organizzazione mafiosa, che abbiamo studiato in precedenza. La generazione, per capirci, di Salvatore Riina e di Bernardo Provenzano e di tutti quei componenti della commissione provinciale di Cosa Nostra che al tempo sedevano e governavano l’organizzazione. Messina Denaro è, invece, la generazione dopo e questa generazione ha avuto un approccio molto evoluto nel trattare i rapporti che la stessa organizzazione mafiosa ha con i mondi cosiddetti esterni rispetto all’organizzazione stessa».

L'attenzione dell'ex primafila castelvetranese si è focalizzata soprattutto sulla finanza illecita. «In particolare, la sua attenzione è andata all’accumulazione dei capitali e alla redistribuzione di questi capitali nel territorio e altrove. Abbiamo indagini in corso molto importanti su una quantità di denaro e di beni che è oggettivamente enorme», ha spiegato De Lucia.

Tra queste spicca un'operazione conclusa di recente: «Una di queste indagini si è conclusa all’incirca due mesi fa con la individuazione di beni per circa 200 milioni, secondo una stima che non è la nostra, ma è quella della Guardia di Finanza. Abbiamo individuato beni riciclati da parte di un pezzo della famiglia mafiosa trapanese nella quale era coinvolto anche Matteo Messina Denaro che percepiva il 10% degli affari di questa famiglia con investimenti in tutta Europa e in Libano».

Sul fronte del recupero dei capitali si è rivelata decisiva la collaborazione giudiziaria internazionale: «È stata molto positiva la collaborazione internazionale che abbiamo avuto, che ha coinvolto sette diversi stati e sette autorità giudiziarie che sono riuscite, contestualmente, nello stesso giorno dunque ad operare, ad arrestare le persone che noi abbiamo imputato dei reati di riciclaggio e dintorni pertinenti a questo tipo di investigazioni, ma soprattutto operare i sequestri dei beni, sia beni immobiliari che una notevolissima quantità di denaro presso conti correnti in Libano, a Monte Carlo e nel Liechtenstein».

Il lavoro della Procura si concentra ora sulla fase di rientro delle somme: «Ora naturalmente viene la parte forse più difficile di questa attività, cioè questi beni che sono stati individuati e sequestrati all’estero, almeno in una parte riuscire a riportarli in Italia, cosa che è molto complicata, ma non impossibile e sul quale una parte importante del mio ufficio sta lavorando». Su altri due filoni investigativi che conducono oltreconfine per la ricerca del denaro di Cosa Nostra, il Procuratore ha chiesto e ottenuto la secretazione dell'audizione.

Un ampio capitolo dell'intervento è stato dedicato alla massiccia presenza di telefoni all'interno degli istituti di pena del Paese: «Quando gli arrestati entrano all’interno delle carceri nel giro di poche ore vengono muniti di apparecchi di comunicazione con l’esterno, device che possono essere fino a qualche tempo fa microcellulari, che è intuibile come venivano introdotti all’interno delle carceri, ma oggi sono smartphone e in misura molto consistente», ha rivelato De Lucia. «Io ho anche i dati della quantità di apparecchi telefonici che sono stati reperiti all’interno delle carceri ed è un dato assolutamente importante e ho un altro dato che riguarda i luoghi dove sono stati detenuti e rinvenuti questi telefoni, perché non è una situazione che riguarda soltanto le carceri siciliane, tutte le carceri siciliane, ma riguarda, per quello che sono i dati delle indagini del mio ufficio, carceri disseminati in tutto il territorio nazionale».

Di fronte a questa realtà, il procuratore ha voluto rimarcare il rapporto di fiducia e il pieno apprezzamento nei confronti degli agenti penitenziari: «Io rappresento una delle 26 procure distrettuali, poi ci sono le altre 25. Non ho nessun dubbio sul fatto che anche i colleghi degli altri uffici abbiano rinvenuto telefoni cellulari all’interno delle carceri. A questo proposito, voglio dire che quando noi investighiamo all’interno delle carceri lo facciamo con le polizie giudiziarie che sono delegate alle investigazioni, ma lo facciamo soprattutto con la polizia penitenziaria perché io sono magistrato da 36 anni, da 36 anni io conosco il lavoro che fanno donne e uomini della polizia penitenziaria in tutta Italia. Conosco le loro difficoltà, i pericoli e i rischi che queste donne e questi uomini si assumono in ogni momento della loro vita, perché quello che fanno all’interno delle carceri poi ha una ricaduta anche sull'esterno delle carceri, perché naturalmente i soggetti pericolosi che sono all’interno del carcere sanno con chi hanno a che fare e quindi c'è anche un problema di sicurezza di queste persone. Però il primo servizio di polizia giudiziaria al quale noi diamo fiducia per questo tipo di attività è proprio quello della polizia penitenziaria, rispetto al quale io in ogni momento ho sempre riconosciuto il loro sacrificio e in ogni momento ho reso loro onore. Questo ci tengo a dirlo perché se c'è un corpo rispetto al quale va il mio rispetto — per la verità va a tutti i corpi armati dello Stato — va anche alla Polizia penitenziaria».

Rispondendo sui grandi latitanti della mafia siciliana, De Lucia ha ricordato che negli ultimi anni sono stati catturati tutti i grandi latitanti e che «ne rimane uno su cui sono attivissime le ricerche», ovvero Giovanni Motisi, specificando tuttavia che «non è un capo». «È nostro impegno catturarlo e c'è un grande sforzo che la Polizia di Stato sta facendo», ha aggiunto.

Quanto alle dinamiche criminali dell'isola, il procuratore ha sottolineato come «il traffico di droga per Cosa nostra avviene in maniera organizzata, con un dialogo con altre organizzazioni criminali come la 'ndrangheta e la mafia albanese e con chi, dall’altra parte dell’Atlantico, organizza il traffico».