l'emergenza
Incendi, non è solo terra che brucia: la ferita profonda di una Sicilia in cenere
Per Slow Food Italia i roghi sono una «catastrofe politica, sociale e democratica»
Non è solo terra che brucia: è un pezzo di storia, d'identità e di futuro andato in fumo. Negli ultimi giorni la Sicilia è tornata a mostrare la sua ferita più profonda, con un'ondata di incendi che ha incenerito riserve naturali, coltivazioni e colline simbolo dell'isola. Mentre i Canadair hanno continuato a sorvolare un paesaggio irriconoscibile e i soccorritori a lottare contro il tempo, quello che rimane sul campo è il bilancio amaro di un patrimonio devastato e la rabbia per una tragedia che, puntuale ogni estate, torna a strangolare la Sicilia. Da Catania a Messina, passando per Agrigento, Palermo, Caltanissetta e Trapani.
Da Nord a Sud, dalle Alpi Lepontine alla Sicilia, l'Italia brucia. Gli incendi che distruggono boschi, parchi naturali e aree protette, faggete e castagneti, uliveti e macchia mediterranea, oltre a case, aziende agricole, uccidendo animali selvatici e cancellando migliaia di ettari di biodiversità, sono una catastrofe ecologica, ma anche politica, sociale, democratica. Gli effetti delle fiamme non dipendono soltanto da settimane di siccità o temperature sopra la media: sono conseguenza dell'abbandono delle aree interne del nostro Paese. Un abbandono non soltanto abitativo e demografico, ma un disinteresse da parte delle istituzioni che dovrebbero invece curarle e proteggerle, sostenendo chi le abita e chi - come pastori e agricoltori che praticano agricoltura estensiva - ci lavora.
Ovunque in Italia le foreste avanzano e non è una buona notizia: perché aree fragili non gestite sono molto più esposte al dilagare degli incendi, così come lo sono a frane e smottamenti, a slavine e valanghe. La silvicoltura e l'agricoltura sono presìdi indispensabili per proteggere dagli effetti potenzialmente devastanti del fuoco e dell'acqua: sostenerle con politiche attive e con risorse economiche, secondo Slow Food Italia, è un dovere, oltre che una necessità per evitare gli ingenti esborsi necessari a far fronte alle emergenze. Eppure, assistiamo all'esatto contrario: da un lato il Green Deal europeo, l'ambizioso piano messo a punto nel 2019 dall'Ue, è stato progressivamente svuotato; dall'altro, si punta il dito contro quelle stesse politiche ambientali, ritenendole concausa dei disastri a cui oggi assistiamo. Ma servono più politiche ambientali, non meno.
«Il tentativo di trasformare gli incendi nell'ennesimo processo al Green Deal europeo è sempre più strumentale - sostiene Francesco Sottile, vicepresidente di Slow Food Italia - si insinua che la tutela della natura impedisca di gestire i boschi e che le politiche ambientali abbiano favorito l'accumulo di combustibile vegetale. È una semplificazione che non regge ai fatti. La gestione attiva del territorio è uno degli obiettivi delle più avanzate strategie europee sulla biodiversità e sul clima. Conservare non significa abbandonare. Proteggere non significa rinunciare alla gestione. Significa, al contrario, restituire intelligenza ecologica alle nostre decisioni».
Gli incendi, conclude Sottile, «non sono soltanto un problema forestale. Sono una questione agricola, ambientale, sociale e persino democratica. La prevenzione non comincia quando si alzano in volo i canadair, ma molto prima: nella pianificazione del territorio, nel sostegno all'agricoltura che presidia le aree marginali, nella cura dei boschi, nella ricerca scientifica, nell'educazione ambientale, nella presenza dello Stato contro chi usa il fuoco come un'arma».