IL LUTTO
Addio ad Angelo Vecchio, il cronista di Licata che ha raccontato mafia, delitti e verità scomode della Sicilia
Dalla cronaca nera ai saggi sulla mafia, il percorso di una firma licatese che ha raccontato la Sicilia nei suoi punti più difficili
Le storie che ha raccontato per una vita erano spesso quelle più difficili da avvicinare: delitti, mafie, poteri opachi, biografie criminali e memorie scomode della Sicilia. Con la morte di Angelo Vecchio, scomparso a 77 anni, il giornalismo perde un cronista che aveva scelto di stare lì, nel punto in cui la notizia smette di essere superficie e diventa chiave per leggere un territorio.
La notizia è arrivata nel modo in cui spesso arrivano le perdite che contano davvero: senza clamore, ma con un peso immediato per chi conosce il mestiere dell’informazione e la sua parte più dura. Angelo Vecchio, giornalista professionista di Licata, è morto a 77 anni. Con lui se ne va una firma che per decenni ha attraversato la cronaca siciliana, soprattutto quella più esposta, più scomoda, più vicina ai nervi scoperti dell’isola: la cronaca nera, i delitti, le trame mafiose, le biografie dei boss e degli uomini che a quel sistema si sono opposti.
Non è soltanto la scomparsa di un autore prolifico o di un professionista stimato. È l’uscita di scena di uno di quei cronisti che hanno costruito la propria identità sul campo, quando raccontare la Sicilia significava spesso misurarsi con la violenza, con i silenzi, con le convenienze e con il rischio di semplificare una realtà che semplice non è mai stata. Nel suo percorso, Vecchio ha lavorato per testate siciliane e nazionali, oltre che per agenzie di stampa, muovendosi fra redazioni diverse ma restando riconoscibile per un asse preciso: raccontare i fatti, ricostruire i contesti, tenere insieme notizia e memoria.
Un cronista nato dentro la materia siciliana
Nato a Licata nel 1949, Angelo Vecchio si è formato tra Catania e Palermo, dove si è laureato in Scienze Politiche. È un dato biografico che aiuta a capire anche il suo taglio giornalistico: non soltanto il racconto del fatto, ma l’interesse costante per i meccanismi del potere, per le connessioni fra criminalità, società e istituzioni, per la lunga durata dei fenomeni mafiosi.
La sua attività giornalistica prende forma negli anni Settanta, dentro una stagione in cui la cronaca nera e giudiziaria in Sicilia non era un settore qualsiasi, ma uno dei luoghi più esposti del giornalismo italiano. Vecchio lavora per il giornale L’Ora, testata che ha segnato in modo profondo l’informazione antimafia, e poi per Il Giorno, Giornale di Sicilia, Diario e Telecolor. Il tratto comune di questo itinerario è la capacità di attraversare linguaggi diversi — quotidiano, agenzia, televisione, saggistica — senza perdere la specializzazione che lo aveva reso riconoscibile: il racconto della criminalità, dei suoi codici, delle sue metamorfosi.
Questa traiettoria professionale dice anche altro. Dice che Vecchio apparteneva a una generazione di giornalisti per i quali il cronista non era una figura ancillare del sistema dell’informazione, ma un presidio. Un professionista chiamato a stare sui luoghi, a sentire le fonti, a studiare i precedenti, a riconoscere le ombre dietro le versioni ufficiali. In Sicilia, soprattutto nei decenni più difficili, questo lavoro significava spesso misurarsi con territori dove la cronaca coincideva con rapporti di forza reali.
La cronaca nera come chiave di lettura del potere
Definire Angelo Vecchio un giornalista di cronaca nera è corretto, ma non basta. La sua scrittura e la sua produzione libraria mostrano che, per lui, la nera non era solo il resoconto del delitto o dell’indagine. Era piuttosto una porta d’ingresso per leggere la società siciliana e italiana. Nei suoi saggi e nei suoi libri ritornano infatti i grandi nomi e i grandi nodi della storia mafiosa: Calderone, Luciano Liggio, Totò Riina, i corleonesi, ma anche il lessico della mafia, le sue genealogie, i suoi simboli, le sue persistenze culturali.
L’elenco delle opere attribuitegli dall’editore che ne ha pubblicato uno dei volumi più noti restituisce il profilo di un autore costante, quasi ossessivo nel seguire il filo della criminalità organizzata lungo più di un secolo di storia: da “Cosa nostra” a “Calderone, l’ombra del boss”, da “Luciano Liggio” a “Totò Riina”, fino a “Storia illustrata della mafia”, “Di mafia si muore”, “L’ultimo re dei corleonesi” e “Il clan dei corleonesi”. Non semplice bibliografia, ma una mappa di interessi che racconta un’intera carriera.
Fra i titoli più significativi compare anche “La mafia dalla A alla Z”, volume in cui i protagonisti della storia mafiosa e dell’antimafia vengono ordinati, spiegati e contestualizzati. È una scelta editoriale che rispecchia bene il suo approccio: rendere leggibile una materia spesso opaca, offrire strumenti di orientamento, trasformare anni di lavoro giornalistico in repertorio utile per i lettori.
In questo senso, Vecchio si colloca in una linea di giornalismo che non separa il reportage dalla sedimentazione del sapere. Il cronista segue il fatto quando accade, ma poi torna su quel fatto, lo inserisce in una prospettiva più ampia, lo mette in relazione con altri eventi, con altri nomi, con altre responsabilità. È probabilmente questo uno degli aspetti più solidi della sua eredità professionale.
Non solo mafia: teatro, narrativa, memoria popolare
Ridurre il suo lavoro al solo fronte mafioso, tuttavia, sarebbe limitante. Le fonti disponibili confermano che Angelo Vecchio è stato anche autore di romanzi, racconti, saggi e opere teatrali, con un interesse esteso ad ambiti culturali e storici differenti. Si è occupato della vicenda artistica e umana di Rosa Balistreri, figura centrale della cultura popolare siciliana, e ha lavorato su episodi che appartengono all’immaginario più controverso dell’isola, come l’uccisione di Salvatore Giuliano e l’avvelenamento di Gaspare Pisciotta nel carcere dell’Ucciardone.
Anche questo aspetto non è secondario. Dice che la sua idea di Sicilia non passava soltanto attraverso l’archivio criminale, ma anche attraverso la memoria civile, il teatro di denuncia, le biografie dei personaggi simbolici, la cultura popolare come terreno di resistenza e di identità. Scrivere di Rosa Balistreri, ad esempio, significa misurarsi con una voce che ha raccontato povertà, rabbia, lavoro, emarginazione e dignità. Tornare su Giuliano e Pisciotta significa invece entrare in uno dei laboratori permanenti del mistero italiano, dove banditismo, politica, servizi, mafia e narrazione pubblica si intrecciano ancora oggi.
Nel 2018, in occasione dell’uscita del romanzo “I segreti di famiglia”, una presentazione pubblica lo descriveva come un autore capace di intrecciare invenzione narrativa e lunga conoscenza dei meccanismi mafiosi, facendo muovere la storia attorno a un’intervista immaginaria con il figlio di un boss inserito nei salotti della borghesia e nei palazzi del potere. Anche qui torna un suo tema di fondo: la mafia non come corpo separato, ma come sistema capace di contaminare relazioni, classi dirigenti, apparati e linguaggi.
Una voce che continuava a partecipare al dibattito pubblico
Angelo Vecchio non apparteneva soltanto alla memoria del giornalismo siciliano. Fino agli ultimi anni continuava a essere presente in occasioni di confronto pubblico sui temi che avevano attraversato la sua attività. Nel 2022 ha partecipato alla prima edizione del PaceFest di Caltabellotta, in un incontro dedicato al tema “Raccontare la mafia oltre Palermo”, insieme ai giornalisti Franco Castaldo, Giuseppe Martorana e Gianfranco Criscenti, con la moderazione di Gero Tedesco.
Il titolo di quel panel è rivelatore. “Oltre Palermo” significa spostare il baricentro del racconto, ricordare che la mafia non è mai stata solo la storia dei grandi processi del capoluogo o delle sue stragi più note, ma anche la trama quotidiana di province, città medie, paesi, economie locali, connivenze minori solo in apparenza. Per un giornalista nato e cresciuto professionalmente in questo orizzonte, era un tema quasi naturale.
La sua presenza a un festival del genere conferma una caratteristica importante della sua figura pubblica: il lavoro di cronista non era stato archiviato come esperienza conclusa, ma continuava a nutrire discussioni, libri, incontri, riflessioni. In un tempo in cui il ciclo delle notizie tende a consumare tutto in poche ore, questa continuità appare ancora più preziosa.
Il valore di una carriera lunga e coerente
Le redazioni che lo hanno ospitato e le opere che ha firmato compongono il profilo di una carriera lunga, articolata e coerente. Da una parte il giornalista professionista specializzato in cronaca nera; dall’altra lo scrittore capace di tradurre quella esperienza in saggi, romanzi e testi teatrali. In mezzo, una costante: l’attenzione per le forme visibili e invisibili del potere criminale, per le sue vittime, per i suoi interpreti, per il modo in cui la società reagisce o sceglie di non reagire.
Per questo la sua scomparsa riguarda non solo il mondo dell’informazione, ma anche chi in questi anni ha cercato nella saggistica e nella narrativa strumenti per capire meglio la Sicilia. Vecchio ha lavorato su un materiale incandescente senza ridurlo a spettacolo. Ha frequentato una materia, quella mafiosa, spesso esposta al rischio del sensazionalismo, e l’ha invece trattata come un fatto storico, sociale e politico, da decifrare prima ancora che da esibire.
C’è inoltre un elemento che merita di essere sottolineato. In molte delle note biografiche reperibili, il suo percorso viene raccontato a partire dal mestiere di cronista di nera. Non è una etichetta secondaria né un dettaglio di curriculum. È la dichiarazione di un metodo: partire dai fatti, dalle persone, dagli atti, dalle conseguenze concrete. In un’epoca in cui il giornalismo tende spesso a privilegiare il commento rispetto alla verifica, questa radice professionale conserva un valore esemplare.