il caso
Report, la bomba e il retroscena sulle chat con Lavitola: «Sei l'unico spendibile come premier»
Nelle carte dell'inchiesta sull'esplosione del 16 ottobre emerge un disegno di manipolazione per lanciare il giornalista in politica
L’esplosione di un ordigno collocato sotto l’abitazione di Sigfrido Ranucci, conduttore della trasmissione d’inchiesta Report, avvenuta il 16 ottobre 2025, non sarebbe stato un mero gesto intimidatorio.
Nelle carte della Procura di Roma l’episodio prende forma come parte di un disegno criminale, nel quale il rapporto tra il giornalista e il faccendiere Valter Lavitola diventa la chiave di lettura dell’intera vicenda.
Secondo l’ipotesi investigativa, coordinata dal procuratore capo Francesco Lo Voi, l’attentato rientrerebbe in un piano concepito da Lavitola per spingere Ranucci verso la politica, accreditandolo come potenziale leader nazionale.
Le indagini, avviate dal pubblico ministero Carlo Villani e successivamente passate al sostituto della Direzione distrettuale antimafia Edoardo De Santis, si sono concentrate su una fitta trama di messaggi WhatsApp scambiati tra i due.
In una chat risalente a circa due anni prima della deflagrazione, Ranucci è indicato come uno dei rarissimi leader “spendibili” nel panorama politico italiano. Secondo gli inquirenti, Lavitola avrebbe costruito per mesi una narrazione tesa a presentare il volto di Report come possibile premier, puntando a trasformarne notorietà e credibilità giornalistica in consenso elettorale trasversale.
A sostegno di questa prospettiva, la Procura segnala che il faccendiere avrebbe persino commissionato sondaggi e ricerche per misurare la fattibilità e l’impatto di un “candidato terzo” rispetto alle tradizionali forze di partito.
Nelle valutazioni della giudice per le indagini preliminari emergono riferimenti a una “manipolazione” e a un “profondo legame” che avrebbe reso più permeabile la relazione tra l’ex editore e il cronista. Ranucci, da parte sua, non avrebbe mai formalizzato un’adesione al progetto, pur mostrando curiosità e consentendo a Lavitola di alimentare nel tempo quel racconto politico.
Lo stesso conduttore ha poi definito il rapporto come un’“amicizia interessata”, evoluta in una confidenza fatta di scambi di consigli, messaggi e contatti.
La svolta dell’inchiesta risiede nella lettura del movente. L’esplosivo, secondo la Procura, non sarebbe stato usato come ritorsione per le inchieste giornalistiche, bensì come strumento per amplificare l’esposizione pubblica della vittima. L’effetto mediatico della bomba, nelle intenzioni attribuite agli ideatori, avrebbe dovuto agire da moltiplicatore di visibilità, incrementando la pressione e, dunque, la “spendibilità” politica di Ranucci in vista del progetto immaginato da Lavitola.
I magistrati romani contestano a Valter Lavitola il reato di strage in concorso, aggravato dall’utilizzo del metodo mafioso.
Gli investigatori hanno inoltre ricostruito la catena esecutiva dell’attentato. Il 30 giugno 2026 i carabinieri hanno eseguito misure cautelari nei confronti dei presunti autori materiali: Antonio Passariello, Pellegrino D’Avino, Saverio Mutone e Marika De Filippis. A vario titolo sono accusati di detenzione, porto e utilizzo di un ordigno esplosivo, oltre che di minaccia e danneggiamento, con l’aggravante mafiosa. Una aggravante ritenuta fondata dal Tribunale del Riesame di Roma, che ha confermato la custodia cautelare per i quattro indagati.
Un ruolo di cerniera tra la mente e le braccia dell’azione sarebbe stato svolto da Gomes Clesio Tavares, che, secondo l’accusa, avrebbe agito da intermediario per conto di Lavitola, reclutando gli esecutori e garantendo loro compensi economici e un eventuale supporto legale e logistico in caso di arresto.
Un ulteriore capitolo riguarda i presunti depistaggi successivi all’esplosione. Lavitola avrebbe cercato di sviare il corso delle indagini e di alterare il racconto dei fatti: un cronista ascoltato dagli inquirenti ha riferito di essere stato avvicinato dal faccendiere, intenzionato ad accreditare piste alternative ritenute improbabili, comportamento che gli investigatori qualificano come un concreto tentativo di inquinamento. La Procura contesta inoltre la capacità del gruppo di coordinare e orientare le strategie difensive degli esecutori. Tali condotte hanno indotto la gip a ravvisare sia il rischio di reiterazione del reato sia il pericolo di inquinamento probatorio, a sostegno della severità delle misure cautelari.