L'analisi
La mafia non va in vacanza: «L’estorsione è un mezzo di “resilienza” dei clan»
Il capo della mobile di Catania, Fattori: «Il racket è un fenomeno ancora diffuso e trasversale. Segnali di cambiamento, ma ci sono sacche di omertà»
La mafia non va in ferie. Anzi. In alcuni casi la pressione violenta aumenta. Non è un caso, infatti, che Pif decise di intitolare il suo film «La mafia uccide solo d’estate». Una delle attività maggiormente diffusa - emerge da inchieste e report - è la riscossione del pizzo. Con l’arrivo di Ferragosto pare che i clan debbano fare quadrare i conti. In giro ci sarebbero gli esattori sollecitati (soprattutto dal carcere) a battere cassa dai commercianti taglieggiati.
Emanuele Fattori commenta: «Il fenomeno delle estorsioni è purtroppo ancora abbastanza radicato. Nonostante le azioni di contrasto siano sempre più forti». L’investigatore spiega che «il fenomeno del pizzo è più diffuso in provincia rispetto alla città, anche perché alcune organizzazioni prediligono il traffico di sostanze stupefacenti che presenta meno rischi sotto il profilo della possibilità di essere denunciati. Inoltre - aggiunge Fattori - i piccoli centri sono più vulnerabili, l’organizzazione criminale è in grado di arrivare direttamente a segno avendo una conoscenza diretta degli esercenti e i commercianti hanno l’immediata percezione di chi hanno davanti».
Alcuni cognomi hanno ancora un peso? «Purtroppo sì», risponde il capo della mobile etnea. Che chiarisce: «Il racket delle estorsioni è un fenomeno trasversale: dalla piccola bottega al grande cantiere edilizio». La somma richiesta a titolo estorsivo è proporzionale al giro d’affari dell’impresa. «Se un'impresa è fiorente la richiesta estorsiva sarà rapportata al peso economico nel territorio».
Le forme di estorsione vanno da quelle classiche («per darti protezione mi devi pagare un tot al mese») a quelle più innovative («come il recupero di crediti»).
La linfa che, purtroppo, tiene in vita il pizzo è l’omertà. «La collaborazione del cittadino sarebbe sempre auspicabile. Rivolgersi alle forze di polizia rappresenta - dice Fattori - l’unico modo per liberarsi dalla schiavitù del pizzo. Delle volte, però, si assiste alla negazione anche di fronte a delle prove schiaccianti».
Negazione spinta dalla paura o per “cultura”? «Le organizzazioni criminali fanno ancora paura, non certo per l'incolumità personale, ma sicuramente per la possibilità di creare problemi economici alla stessa impresa attraverso atti intimidatori sui beni aziendali», risponde il dirigente della squadra mobile. Ma il poliziotto ammette che persiste «una cultura mafiosa» dovuta «a una sorta di assuefazione al sistema». Su questo aspetto, Fattori è convinto che le Istituzioni, forze di polizia comprese, debbano lavorare anche sul fronte della prevenzione ed educazione. «I segnali di cambiamento si avvertono - argomenta Fattori - ma sono timidi».
«L’estorsione rappresenta un elemento di resilienza delle associazioni criminali - spiega l’investigatore - le organizzazioni mafiose resistono anche a situazioni per loro pregiudizievoli come lunghe carcerazioni, arresti, e operazioni continue che incidono sulla struttura, perché hanno un meccanismo di tutela interno dato, appunto, dalla raccolta dei fondi per i detenuti e per le loro famiglie attraverso le estorsioni. Se quindi riuscissimo a rompere la coltre di omertà - sentenzia il dirigente della squadra mobile - le associazioni criminali si troverebbero senza fondi mafiosi e quindi avremmo vinto una parte della guerra. Il cittadino è una parte integrante del sistema: più sono numerosi quelli che reagiscono, più l’organizzazione si indebolisce».