La testimonianza
«Mi sono ribellato agli esattori dei Santapaola»
L’imprenditore Filippo Casella da anni va nelle scuole a raccontare la sua storia
Filippo Casella ha 69 anni ma per la sua forza e determinazione ne dimostra non più di 30. Lui i mafiosi li ha conosciuti. Ha annusato il loro fetore. Ha sempre sentito ribrezzo, orrore. Erano gli anni Novanta. Quando c’erano le faide, i morti ammazzati. «Ho pagato il pizzo per qualche anno e poi ho denunciato. Ma le dico che se avessi incontrato le persone giuste sarei andato dalla polizia immediatamente. Ecco perché oggi vado a parlare con i ragazzi nelle scuole e ci metto la faccia. Perché pagare rende schiavi. E io sono diventato un uomo libero solo quando ho scelto di denunciare», racconta l’imprenditore tutto d’un fiato. «Ogni volta che pagavo mi vergognavo. Mi sentivo morire dentro», ammette senza veli.
Le denunce di Casella hanno portato all’arresto di diversi esponenti del clan Santapaola-Ercolano. Ha anche scoperto, grazie alle indagini, che i suoi soldi sarebbero serviti per sostenere uno dei boss della famiglia di sangue di Cosa Nostra. Nino Santapaola, il fratello di Nitto. Entrambi, ormai defunti,
Tutto è cominciato con la solita telefonata. «Trova 300 milioni o ti facciamo saltare in aria». L’imprenditore, attivo nel settore trasporti, non ha risposto all’intimidazione. Sono dovuti andare a cercarlo di presenza. Filippo ha trattato il prezzo della tangente: un milione al mese. I mafiosi ne volevano molti di più. Quel milione poi con l’entrata del nuovo conio, è diventato 560 euro.
Ma pagare non è servito. La mafia mente. La mafia prende da una parte e poi cerca di prendere anche l’altra. Non ci sono vie d’uscita. Quando Filippo si è rifiutato di cambiare un assegno a un mafioso, è arrivata la ritorsione. Un giorno Filippo ha ricevuto la telefonata di un camionista: «Mi hanno rubato il camion». Era sparito un grosso carico di capi d’abbigliamento. Un danno economico ingente. Filippo ha alzato la voce con il clan. Una parte del carico è stata recuperata. Per quel “favore” i santapaoliani hanno chiesto altri soldi. Qualcosa è scattato nella testa di Filippo, che ha cercato il numero di telefono di un’associazione antiracket. Ma non ha chiamato subito. È passato del tempo. Ma poi ha avuto un faccia a faccia con due donne che lo hanno come risvegliato dall’oblio e si è ribellato. Ha denunciato. Ha affrontato i processi e gli interrogatori. Magistratura e forze di polizia sempre vicine in questo percorso che non si è mai fermato. Non si è interrotto nemmeno quando altri mafiosi sono andati a presentarsi in azienda chiedendo soldi. L’imprenditore li ha cacciati. Poi la vicenda è diventata complicata, ma la giustizia è arrivata. «Arriva sempre», dice con fermezza.
La sua esperienza Filippo Casella - che ogni giorno va allo stabilimento della zona industriale a lavorare - l’ha voluta mettere a disposizione degli altri. «Vado spesso nelle scuole a parlare ai giovani studenti. Spero sempre che il mio esempio possa spingere qualcuno a fare quello che ho fatto io: denunciare». Filippo Casella è una voce di legalità.