siracusa
Il giallo dell'omicidio di Elvira Leone, 12 anni dopo senza un colpevole: il suv nero, il Dna e l'uomo ignoto
Ci furono tre indagati, ormai esclusi. Una «convergenza di dichiarazioni» portò i pm dentro a una villetta all’Arenella. Ma fu inutile
Dodici anni dopo, l’omicidio di Elvira Leone resta ancora senza un colpevole. Le indagini sulla morte della 73enne insegnante siracusana in pensione, trovata senza vita nel suo appartamento di piazza della Repubblica, non hanno prodotto una svolta definitiva. Il procedimento è formalmente ancora aperto, ma oggi l’inchiesta è a carico di ignoti. Anche le tre persone che, fino a qualche anno fa, risultavano iscritte nel registro degli indagati sono state successivamente espunte dal fascicolo, non essendo emersi elementi sufficienti a confermare un loro coinvolgimento nel delitto.
È una storia investigativa lunga e complessa, iniziata il 27 aprile del 2014 e segnata da numerosi interrogativi rimasti senza risposta. Una vicenda che, sin dalle prime ore, ha presentato elementi difficili da ricomporre e che ancora oggi lascia aperte diverse ipotesi sulla morte della docente. Elvira Leone viveva da sola in un appartamento al quarto piano di un palazzo di piazza della Repubblica. Era una donna conosciuta dai vicini come riservata, distinta e benestante. Aveva insegnato Geografia astronomica all’Istituto nautico di Siracusa e, dopo la scomparsa dei genitori, conduceva una vita appartata.
La scoperta del cadavere
Il suo corpo venne scoperto il 3 aprile 2014, circa 72 ore dopo la morte. A insospettirsi fu una vicina di casa, amica della donna, che da alcuni giorni non la vedeva e non riusciva a mettersi in contatto con lei. Dopo avere bussato più volte alla porta senza ottenere risposta, decise di chiedere l’intervento dei carabinieri.
Quando i militari arrivarono nell’edificio, furono costretti a forzare la porta d’ingresso. All’interno dell’abitazione trovarono il corpo di Elvira Leone sul pavimento del salotto. La scena che si presentò agli investigatori lasciava subito intuire la gravità di quanto accaduto e aprì una complessa attività investigativa.
In un primo momento prese corpo l’ipotesi di una rapina finita nel sangue. La donna avrebbe potuto sorprendere i ladri mentre erano ancora nell’abitazione e, nel corso di una colluttazione, essere aggredita e uccisa. Con il passare delle ore, però, la particolare violenza dell’aggressione spinse gli investigatori a interrogarsi sulla reale natura del delitto.
Perché tanta ferocia contro una donna anziana? E soprattutto, quale ragione avrebbe potuto spingere qualcuno a ucciderla in quel modo?
Conosceva chi l’ha uccisa?
L’attenzione si spostò così anche sulla possibilità che Elvira Leone conoscesse il suo aggressore. Un elemento apparve particolarmente significativo: la porta dell’appartamento risultava essere stata aperta dall’interno. Secondo la ricostruzione investigativa dell’epoca, questo dettaglio poteva indicare che la vittima avesse fatto entrare volontariamente qualcuno che conosceva, escludendo quindi, almeno in parte, l'ipotesi di estranei malintenzionati penetrati con la forza nell'abitazione.
Gli investigatori ipotizzarono che gli assassini fossero stati fatti entrare dalla stessa donna. L’aggressione sarebbe poi culminata nello strangolamento, compiuto utilizzando il cavo dell’abat-jour. Prima, secondo quanto emerso dalle indagini, qualcuno avrebbe tentato di infilare un sacchetto di plastica sulla testa della vittima.
Una modalità di aggressione che apparve particolarmente inquietante e che alimentò una precisa ipotesi, quella di eliminare una persona che avrebbe potuto riconoscere il proprio aggressore. Se Elvira Leone aveva aperto la porta a qualcuno che conosceva, quella conoscenza avrebbe potuto trasformarsi nel movente stesso dell’omicidio.
Tracce sul cavo dell’abat-jour
Sul luogo del delitto intervennero anche i carabinieri del Ris di Messina. Gli specialisti riuscirono a isolare una flebile traccia di Dna sul cavo elettrico dell’abat-jour. Il materiale biologico sembrava riconducibile a un profilo maschile e venne sottoposto a comparazione con i profili genetici presenti nel database dei carabinieri di Roma.
La traccia rappresentò uno degli elementi sui quali gli investigatori riposero le proprie speranze per arrivare all’identificazione dell’assassino. Ma non fu sufficiente a dare un nome al responsabile.
Le indagini, coordinate dall'allora sostituto procuratore Antonio Nicastro, si svilupparono anche attraverso l’analisi dei sistemi di videosorveglianza presenti nella zona. Vennero esaminati i filmati delle attività commerciali di piazza della Repubblica e furono ascoltati parenti, amici e vicini di casa della vittima. L’obiettivo era ricostruire le ultime ore di vita della docente e individuare eventuali persone entrate o uscite dal palazzo nel periodo compatibile con l’omicidio. Dalle telecamere emerse un’immagine ritenuta di particolare interesse. Le riprese avevano immortalato un uomo che, secondo gli investigatori, poteva conoscere la professoressa Leone e che si sarebbe allontanato rapidamente dall’edificio a bordo di un Suv scuro.
Il suv nero, l’oggetto bianco
Nel 2016 la Procura decise quindi di rivolgersi anche alla trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?”, nella speranza che qualcuno potesse riconoscere quell’uomo o fornire informazioni utili a identificare il proprietario del fuoristrada.
Il 27 marzo, giorno indicato all’epoca come quello dell’omicidio, alle 18,33 l’uomo sarebbe entrato nel palazzo tenendo in mano qualcosa di bianco. Alle 23,14 sarebbe uscito dal portone con un borsone apparentemente pieno. Poco dopo sarebbe rientrato nell’edificio e ne sarebbe uscito nuovamente con un’altra borsa, caricata su una Jeep Cherokee di colore nero. Il veicolo si sarebbe quindi allontanato in direzione di via Tevere.
Le immagini, tuttavia, presentavano dei limiti che non consentivano di distinguere il volto dell’uomo né di leggere la targa del veicolo. Un elemento che impedì di trasformare quel filmato in una prova concreta.
Negli anni successivi gli investigatori seguirono diverse piste, concentrando l’attenzione anche sulla cerchia degli interessi personali della vittima. In particolare, vennero effettuati accertamenti su alcuni stranieri dediti al commercio di oggetti di antiquariato.
Nel 2021 arrivò una nuova fase dell’inchiesta. Gli investigatori concentrarono l’attenzione su tre persone che furono iscritte nel registro degli indagati. Una decisione maturata, secondo quanto spiegato all’epoca dal pm Nicastro, sulla base di una «convergenza di dichiarazioni» che aveva portato gli inquirenti a sospettare dei tre.
L’ultimo atto dell’indagine
Nell’ambito di quegli accertamenti venne eseguita anche una perquisizione in una villetta dell’Arenella, località balneare siracusana, di proprietà di uno degli indagati. A occuparsi dell’attività furono i carabinieri del Ris di Messina. Gli accertamenti, però, non portarono agli esiti sperati e non emersero elementi tali da consolidare l’ipotesi accusatoria.
Con il trascorrere del tempo, anche quella pista si è indebolita. I tre indagati sono stati successivamente estromessi dal procedimento, mentre non sono emersi elementi sufficienti per attribuire loro responsabilità nell’omicidio.
Oggi, a dodici anni dalla morte di Elvira Leone, il fascicolo resta aperto contro ignoti. Restano la flebile traccia di Dna, le immagini di un uomo ripreso dalle telecamere, il Suv scuro, le borse portate fuori dal palazzo e soprattutto la domanda che accompagna l’inchiesta sin dalle sue prime battute: chi entrò nell’appartamento della professoressa Leone e perché decise di ucciderla? Dopo dodici anni, quelle domande attendono ancora una risposta.