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la polemica

«Falcone non cenava con Lavitola, ma lavorava nel governo Andreotti». Bufera sulle parole di Travaglio

Ad attaccare il giornalista de Il Fatto Quotidiano sono per prime la presidente dell'Antimafia Colosimo e la sorella del giudice, Maria Falcone

17 Agosto 2026, 16:41

16:50

«Falcone non cenava con Lavitola, ma lavorava nel governo Andreotti». Bufera sulle parole di Travaglio

«Parlano Volante, Grasso e Ayala: 'Falcone non avrebbe cenato con Lavitola'. Lavorava solo nel governo di Giulio Andreotti». Sono queste frasi di Marco Travaglio, pubblicate oggi su Il Fatto Quotidiano nella rubrica "Ma mi faccia il piacere", a scatenare dure reazioni.

La prima a intervenire è la presidente della commissione nazionale Antimafia, Chiara Colosimo. «Sono stata in silenzio fino ad oggi, ma adesso basta, si è raggiunto il limite. Ma davvero si può permettere al 'più puro tra i direttori di un giornale' di insultare Falcone e la sua memoria in maniera così spudorata, solo per difendere un sodale giornalista utilizzando, tra l'altro, il suo stesso metodo? Non perdere tempo nemmeno ad entrare nel merito. Travaglio chieda scusa immediatamente».

Qualche ora dopo arriva l'affondo della sorella del giudice ucciso dalla mafia, Maria Falcone. «'Lavorava solo nel governo di Giulio Andreotti' è una frase che trovo indegna, un esempio di cattivo giornalismo, costruito sulla battuta anziché sulla verità dei fatti. Mio fratello - puntualizza - non lavorava per il governo di Giulio Andreotti. Giovanni Falcone lavorava per lo Stato italiano. Quando, nel 1991, Giovanni accettò l'incarico di Direttore generale degli Affari penali al Ministero della Giustizia, non lasciò Palermo per avvicinarsi alla politica: fu Palermo, in qualche modo, a costringerlo ad andare via. Era stato progressivamente isolato, delegittimato e ostacolato oltreché per timori delle loro più diverse amicizie e connivenze anche per una certa ampia invidia, proprio mentre conduceva la battaglia più difficile contro Cosa nostra. A delegittimarlo contribuirono una certa politica, un cattivo giornalismo che anche allora come ora preferiva il sospetto alla verità dei fatti e, dolorosamente, anche una parte della stessa magistratura e diversi suoi colleghi. Giovanni non abbandonò la lotta alla mafia: la portò nel cuore dello Stato».

«Quello che qualcuno oggi maldestramente tenta di rappresentare con una battuta come una vicinanza a un governo - prosegue Maria Falcone - fu, in realtà, uno dei periodi più importanti della sua vita istituzionale, un anno e mezzo o poco meno nel quale riuscì a trasformare anni di esperienza nella lotta alla mafia in strumenti concreti dello Stato contro Cosa nostra. Giovanni non apparteneva a un governo. Non apparteneva a un partito, mentre oggi molti rincorrono il consenso della politica. Ed è proprio per questo - aggiunge - che considero ancora più doloroso vedere il suo nome utilizzato, trentiquattro anni dopo la strage di Capaci, come argomento di una polemica politica. Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini delle loro scorte sono tra i morti che più onorano l'Italia e se non si riesce ad avere rispetto della loro storia, qualche volta il silenzio è la scelta più dignitosa».